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Femmina folle - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 16 marzo 2017 – Scheda n. 20 (995)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Femmina folle

 

 

 

 

Titolo originale: Leave Her to Heaven

 

Regia: John M. Stahl

 

Sceneggiatura: Jo Swerling, dal romanzo di Ben Ames Williams.

Fotografia: Leon Shamroy. Musica: Alfred Newman. Montaggio: James B. Clark.

 

Interpreti: Gene Tierney (Ellen Berent), Cornel Wilde (Richard Harland),

Jeanne Crain (Ruth Berent), Vincent Price (Russell Quinton),

Mary Philips (Mrs. Berent), Ray Collins (Glen Robie),

Gene Lockhart (Dr. Saunders), Reed Hadley (Dr. Mason),

Darryl Hickman (Danny Harland), Chill Wills (Leick Thorne),

Grant Mitchell (Carlson).

 

Produzione: Twentieth Century-Fox. Distribuzione: Lab80 Film.

Durata: 110’. Origine: Usa, 1945.

 

 

John M. Stahl

 

 

Nato a New York nel 1886 e morto a Hollywood nel 1950, John M(alcolm) Stahl aveva studiato da avvocato ma presto era passato al cinema. Ha cominciato la carriera ai tempi del muto e la metà dei suoi film, venticinque circa, sono stati girati prima del sonoro, fra il 1914 e il 1926, alla Vitagraph, dove ha diretto racconti strappalacrime al servizio del tycoon Louis B. Mayer. Con l’avvento del sonoro è passato alla Universal e ai suoi film si sono ovviamente aggiunti pianti e lacrime, sussurri e urla, scene forti e colpi di scena. Un drammone di successo internazionale è La donna proibita (1932) con la grande Irene Dunne, donna innamorata che si sacrifica per amore. Stahl diventa il regista dei women’s melodrama, come Solo una notte con Margaret Sullivan e soprattutto Lo specchio della vita con Claudette Colbert (che fa le frittelle...) e Louise Beavers, e Al di là delle tenebre ancora con la Dunne e Robert Taylor. Questi due ultimi film saranno poi rifatti, venticinque anni dopo, dall’altro grandissimo regista di mélo che è stato Douglas Sirk. La sua attrice preferita, Irene Dunne, ricompare in Vigilia d’amore (1939) con Charles Boyer. Nel 1941 si cimenta con la commedia La fidanzata di mio marito con Melvyn Douglas. Il suo film più bello, fulgido e turgido, appassionatamente imprevedibile e sconvolgente, è questo Femmina folle (1945) con la bellissima Gene Tierney che vinse l’Oscar per la miglior interpretazione femminile. Il film si è guadagnato un posto del tutto speciale nella storia di un genere glorioso e intramontabile come il melodramma. Stahl chiude poi la carriera alla Fox con il mélo “spirituale” Le chiavi del paradiso, con Gregory Peck, tratto da un romanzo di uno scrittore che in quegli anni andava per la maggiore, Archibald J. Cronin.

Stahl è stato uno dei 36 membri fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS) che nasce nel 1927, organizzazione per il miglioramento e la promozione mondiale del cinema. L’Academy, nel 1929, creò il Premio Oscar.

Così riassume la figura di Stahl il critico Maurizio Porro, autore di un bel volume, molto godibile, con tante foto, Mélo, nella collana Dizionari del cinema della casa editrice Electa: «Fra i conoscitori della psicologia femminile, Stahl è secondo solo a George Cukor, ma mentre quest’ultimo usava la commedia per raccontare le signore con ironia da salotto, Stahl le vede nella penombra dell’inconscio, annunciando il prossimo trionfo del freudianesimo nel cinema americano».

Il film è stato rieditato proprio quest’anno in una perfetta versione restaurata – quella che vediamo stasera – dalla casa di distribuzione bergamasca Lab80 Film che è strettamente collegata alla Federazione Italiana Cineforum di cui fa parte il nostro cineforum.

 

 

La critica

 

 

Questo turgido, barocco, invasato mélo di Stahl, maestro di Sirk e Fassbinder, inizia come il capolavoro di Hitchcock Delitto per delitto, con un casuale incontro in treno. Tra l’esplosiva Gene Tierney, la più bella e seducente del reame di Hollywood, finita, come in un film, cleptomane e dimenticata, e l’anonimo Cornel Wilde, con la faccia di quelli che a scuola stanno negli ultimi banchi. Non sarà un breve incontro quello a Rancho Jacinto, nel New Mexico: segnerà la vita delle due rispettive famiglie rustiche chic come sanno i molti fans di questo straordinario film di odio e amore, che mescola ed espone teorie freudiane all’ingrosso (il dr. Sigmund è citato in un dialogo), senza dimenticare il complesso di Elettra, gemello a quello di Edipo. Tra magnifici panorami finti e vere passioni, i due protagonisti si sposano in fretta per lasciar spazio alla follia della gelosia di lei che manda a monte affetti e famiglia in nome di una psicosi che la porta all’omicidio e addirittura a un suicidio per incolpare la sorella, vetta della perfidia: supera la maestra Bette Davis. Il mélo, che con Duello al sole, più si concede ai panorami, Angolo di Luna, con tutto il potere della nostalgia del passato in un turbinoso trionfo di placidi laghi di morte e di visioni scoscese. Battute ancien régime (“Voi donne le pensate proprio tutte”) e la ben nota inespressività di Cornel Wilde, pietra al collo di un film magnifico che finisce in aula con un processo in cui l’avv. Vincent Price appare fuori dalle sue demoniache tenebre che lo assorbiranno poi nel regno di Dracula e soci.

MMaurizio Porro, Mélo, Dizionari del Cinema, editrice Electa, 2008

 

Il colore incantatore contribuisce per gran parte alla costruzione di questo universo paradisiaco dentro il quale Stahl introduce un intrigo particolarmente noir e tragico. Uno dei maestri del melodramma americano di prima della guerra mette così in opposizione, fedele allo spirito del genere, la perfezione della natura e l’imperfezione della natura umana. Con abilità e sottigliezza, utilizzando meravigliosamente la personalità di Gene Tierney, Stahl si lancia in una descrizione dell’insoddisfazione nevrotica e mostruosa della sua eroina in uno strano incrocio di generi che fa passare lo spettatore da un melodramma flamboyant, fiammeggiante, al clima dei più velenosi film noir. In alcuni momenti delirante ma molto controllato nei suoi deliri, il film è segnato dal sigillo della perfezione. Il tema della felicità impossibile, tema caro al melodramma (il film potrebbe intitolarsi Il paradiso perduto), viene evocato in un’atmosfera pian piano intossicata dove l’ossessione amorosa si mescola al delitto nella miglior tradizione del film criminale degli anni del dopoguerra. Due momenti indimenticabili entrano per sempre nella cineteca ideale dei cinefili: la cavalcata di Gene Tierney mentre sparge al vento le ceneri del padre e la sua caduta volontaria giù per la scala. Quest’ultima scena si attirò i fulmini della censura ma alla fine venne fatta passare.

JJacques Lourcelles, Dictionnaire du Cinéma, Les films, Éd. Robert Laffont, 1992

 

Lungo gli anni Trenta, il melodramma non è mai girato a colori. E lo stesso si fa negli anni Quaranta con l’eccezione di Forever Amber (Ambra) di Otto Preminger che è anche un film storico in costume e che dunque è stato girato a colori. A parte questo film, si continua a girare la quasi totalità dei melodrammi in bianco e nero, il che rende più che straordinario il caso di Leave Her to Heaven, Femmina folle, di Stahl (1945). Si può discutere a lungo di quale sia il genere cui assegnare quest’opera: melodramma o film noir? La sua costruzione, con la coda finale del processo, lo avvicina a melodrammi come Written on the Wind (Come le foglie al vento, 1956) di Douglas Sirk o a Madame X di David Lowell Rich (1966), ma al tempo stesso il film  richiama fortemente la definizione così caratteristica dei film noir degli anni Quaranta, o meglio la richiamerebbe se l’uso del Technicolor non ponesse dei problemi sotto questo aspetto dato che i noir erano girati in bianco e nero. La fotografia del film è di Leon Shamroy e il Technicolor è curato da Natalie Kalmus (tutti e due vinceranno un Oscar): l’interesse del colore deriva dal fatto che è utilizzato in una maniera che (senza che cessi di essere apparentemente realista) conferisce al film un valore emotivo e, oso dirlo, musicale. Nella prima parte del film, ambientata in New Mexico, i contrasti sono crudi, vengono accentuati perché si armonizzino con la passione dei personaggi, soprattutto con Ellen (Gene Tierney): la finestra giallo arancione del ranch si stacca nella notte bluastra. Quando poi l’azione si sposta nel Maine, si potrebbe pensare che i colori diventino più discreti, ma non è per niente così, perché i vestiti dei personaggi risaltano con vivacità rispetto allo sfondo naturale: la camicie scozzesi tendono tutte al rosso, le tovaglie sono a quadri rossi e bianchi, ancora più in là nel film Gene Tierney porta uno chemisier bianco con maniche svolazzanti, un pantalone anch’esso bello largo rosa vivo: sono tutti colori ben evidenti, “appassionati” e artificiali, per niente naturali. Questi procedimenti sono sistematici in Femmina folle, sia che il colore vivo ma tenero (il rosa) contrasti con i sentimenti violenti di Ellen furiosa perché aspetta un bambino, sia al contrario che delle macchie rosse (per esempio, le unghie dipinte delle sue dita dei piedi) sembrino esprimere la sua passione. È soltanto alla fine del film che, dopo questa orgia cromatica, i personaggi sopravvissuti (Richard e Ruth) saranno in armonia con il paesaggio d’acqua e di verde che li circonda e vedremo le loro silhouettes controsole, riportate a una riposante penombra crepuscolare dopo gli scoppi barocchi che tutti, in ultima analisi, costituivano dei “correlati oggettivi” dell’ardore divorante di Ellen. Douglas Sirk, soprattutto in Come le foglie al vento, si ricorderà di questo uso del colore a fini drammatici e per così dire provocanti.

JJean-Loup Bourget, Le mélodrame hollywoodien, Éditions Stock, 1985

 

 

 

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La corte

 

di Christian Vincent

 

 

Un bel film francese, molto classico, che arriva dalla Mostra di Venezia 2015 dove è stato molto applaudito dal pubblico e ben segnalato dalla critica.

Il tribunale di Saint-Omer, nel Pas de Calais, Francia del Nord. Un giovane disoccupato imputato di omicidio della sua figlioletta. Il giudice Michel Racine (Fabrice Luchini! miglior interpretazione a Venezia) ha la febbre ed è di umore nero. Nella giuria popolare c’è Ditte, anestesista di origini danesi che il giudice conosce per una sua vecchia operazione chirurgica.

Commedia sentimentale, sorridente e sociale. Luchini imperturbabile, morbosetto, nevrotico e finalmente innamorato.

Durata: 98’.

 

 

 

 

Giovedì 23 marzo, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

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