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Scheda del film (180 Kb)
Sicario - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 20 ottobre 2016 – Scheda n. 2 (977)

 

 

 

 

 

Sicario

 

 

 

Regia: Denis Villeneuve

 

 Sceneggiatura: Taylor Sheridan. Fotografia: Roger Deakins.

Montaggio: Joe Walker. Musica: Jòhann Jòhannsson.

 

Interpreti: Benicio Del Toro (Alejandro), Emily Blunt (Kate Macer),

Josh Brolin (Matt), Jon Bernthal (Ted),

Victor Garber (Dave Jennings), Daniel Kaluuya (Reggie Wayne),

Jeffrey Donovan (Steve Forsing), Raoul Trujillo (Rafael),

Julio Cedillo (Fausto Alarcon), Lora Martinez-Cunningham (Jacinta).

 

Produzione: Thunder Road Pictures. Distribuzione: 01 Distribution.

Durata: 121’. Origine: Usa, 2015.

 

La critica

 

 

Autore di thriller ad alta tensione morale, ma anche di notevole impatto spettacolare, il franco-canadese Denis Villeneuve ha debuttato nel 2010 con La donna che canta, tragico apologo sulla stoltezza dell’umanità e l’assurdità della guerra, e non smentisce la sua voglia di riflessione e di denuncia in Prisoners (2013), primo film girato ad Hollywood, che mette a nudo i lati oscuri di una ‘tranquilla’ comunità della provincia americana. E ad Hollywood ha realizzato anche Sicario, sulla guerra di confine tra Stati Uniti e Messico per il controllo del traffico di droga. Inevitabile il richiamo a Traffic di Steven Soderbergh, un film di più di dieci anni fa, pessimistica analisi sulla scarsa utilità di uno scontro perenne che miete vittime tra i civili. Ma di confini da esplorare nel film di Villeneuve ce n’è più d’uno, oltre a quello tra le due nazioni. C’è quello tra le diverse agenzie federali statunitensi impegnate nella lotta al narcotraffico, ma soprattutto quello tra legalità ed illegalità, umanità e disumanità, nei metodi usati dai difensori del bene, che diventano perfino più violenti ed amorali di quelli usati dai fautori del male. Su questo sottile ed inquietante confine è chiamata a riflettere Kate (Emily Blunt) agente dell’FBI che solitamente si occupa di sequestri, destinata ora ad una spericolata operazione interforze di esponenti dell’esercito ed agenti della CIA. Dovrà vedersela in particolare con il capo dell’operazione (Josh Brolin) ma soprattutto con un misterioso personaggio colombiano (Benicio Del Toro) ex malavitoso ora schierato dalla parte della giustizia, che persegue una sua vendetta personale. Dovrà avallare nel rapporto ufficiale i metodi violenti ed illegali adoperati dalla squadra per sconfiggere i ‘cartel’ messicani, rinnegando il suo innato bisogno di legalità e di giustizia. Forte della lezione di Michael Mann, ma anche di Kathryn Bigelow, il regista canadese costruisce intorno a questo dilemma morale, un thriller avvincente, sottolineato dalla splendida fotografia di Roger Deakins e dall’incalzante colonna sonora di Jòhann Jòhannsson. Ci sono scene da manuale, mozzafiato e rivelatrici, come quella in cui gli yankees che trasportano in patria un prigioniero, si trovano intrappolati in mezzo a macchine nemiche in un ingorgo al confine fra Messico e Arizona. Il conflitto a fuoco è impietoso e inevitabile. Uccidi o sarai ucciso. Altra sequenza straordinaria, quasi discesa agli inferi, quella notturna nel tunnel claustrofobico fra Messico ed USA, utilizzato per il narcotraffico. Il resto lo fanno attori strepitosi come Brolin, Blunt e un magistrale Del Toro. Si gioca fra gli ultimi due l’ambigua morale della storia. ‘Cercati un altro territorio’ ammonisce lui di fronte alle titubanze di lei che ancora si appella alla legalità ed ai valori umani, ‘Questo ormai è territorio di lupi, e tu non sei un lupo’.

EEliana Lo Castro Napoli, Il Giornale di Sicilia, 30 settembre 2015

 

(...) Lo scontro messo in scena in Sicario è quello, inconciliabile, tra idealismo e realismo, che nel film prende la forma della differenza esistente tra protocollo e brutale pragmatismo. È giusto andare alla fonte del problema, superare il confine per inocularsi nella violenza infernale di Ciudad Juárez, praticare ingerenze non ufficiali per smuovere i nuovi equilibri dei narcotrafficanti messicani, sapendo che tutto il lavoro della polizia federale non scalfisce neanche la superficie dell’estesa organizzazione? È questa la domanda che si pongono lo sceneggiatore Sheridan e Villeneuve, senza fornire una risposta univoca e inequivocabile, come invece faceva Orson Welles in L’infernale Quinlan (titolo originale A Touch of Evil, un ‘tocco’ di male...), il quale, seppur colmo di ammirazione per il genio di Quinlan, quasi a malincuore lo puniva per aver trasceso la legge morale (e la liceità consentita dal sistema dei generi riflesso nell’etica hollywoodiana). Villeneuve fornisce invece una fotografia dello stato esistente. Un’istantanea fin troppo animata, il cui scopo è riferire il raggiungimento di un equilibrio finale che è solo narrativo. Una soluzione congrua del racconto dietro la quale emerge una stabilità sancita tramite un compromesso accettabile. Il male minore, non la sua definitiva sconfitta. Nell’affrontare questa tesa quadratura di compromessi incrociati (in base ai quali per le agenzie interdipartimentali è preferibile il monopolio dei narcotrafficanti di Medellín alla parcellizzazione dei centri di smercio nel Centro America), Villeneuve non si fa tentare da una facile (e ovvia) spettacolarizzazione della violenza, preferendo una più attenta funzionalità e scandendo i momenti di maggiore tensione sui mutamenti di soggettività dei personaggi coinvolti. Apparentemente, Villeneuve sottrae elementi fondanti che in un qualunque action movie sarebbero indispensabili (ad esempio l’incedere di Alejandro/Del Toro verso la stanza in cui è legato il boss con un boccione d’acqua, il cui utilizzo è lasciato all’immaginazione successiva dello spettatore), in realtà modula lo sviluppo del racconto bilanciandolo su due figure focalizzanti (Emily Blunt e Del Toro stesso), sfruttando la prima per delineare compiutamente quella più misteriosa, la seconda. Attraverso questa modalità di transizione, Villeneuve replica ciò che nel film l’agenzia interdipartimentale fa con Emily Blunt: ne sfrutta la presenza (come agente federale) per legittimare il proprio operato (sul suolo estero). Il film conduce il pubblico lungo un percorso di lenta e progressiva conoscenza che al suo inizio è ingannatore, perché ancorato a un personaggio (Kate/Emily Blunt) utilizzato soltanto come pretesto di messa a fuoco di una più vasta situazione che quello stesso personaggio (e il pubblico con lui) ancora non può comprendere. E non a caso, l’Alejandro di Benicio Del Toro, quasi in veste di guida occulta del racconto, avvisa inizialmente Kate e il pubblico con un ancora impenetrabile: «Nothing will make sense to your American ears. But in the end, you will understand» (“Niente avrà senso alle tue orecchie americane. Ma alla fine capirai”). Il lento percorso di conoscenza proposto dal regista utilizza alcune fasi, coincidenti con le quattro grandi sequenze di tensione del film, le quali, come detto, sono realizzate con modalità eccentriche, non rivolte direttamente all’azione, quanto alla sua percezione. La prima sequenza (dopo il ritrovamento dei cadaveri in decomposizione nascosti nelle pareti) è propedeutica: Reggie/Daniel Kaluuya, il collega della Blunt, appare particolarmente scosso dal macabro ritrovamento, si piega all’esterno, ha ripetuti conati di vomito; seppur distante, osserva preoccupato una botola chiusa con un lucchetto nel garage da cui (visto l’esorbitante numero di cadaveri rinvenuti) lo spettatore è convinto ne possano affiorare molti altri. (...) Il fulcro dislocato della tensione fornisce il metro di lettura, l’azione è solo percepita, la Blunt è figura orientante, così come pare confermare il secondo momento di cui si serve Villeneuve, lo scontro a fuoco in coda alla frontiera contro gli sgherri del boss catturato dalla task force interdipartimentale. Le armi spianate, l’avvistamento delle possibili minacce nelle altre auto in coda, i messaggi incrociati tra una macchina e l’altra per mettersi vicendevolmente in guardia, l’approccio armato nei confronti degli avversari, la sparatoria e, infine, l’uomo ucciso dalla Blunt per autodifesa. Tutto registrato integralmente, questa volta, tutto visto dalla prospettiva della donna, presente sul luogo e – alla fine della scena – partecipe dell’azione. Si assiste a questo punto a un lungo intervallo prima della terza fase, in cui la narrazione fornisce gli spunti e alcuni elementi necessari a una comprensione ancora nebulosa per il personaggio orientante e per lo spettatore che ne condivide la fallace prospettiva. Tra gli elementi forniti acquista però progressivamente rilevanza il mistero incarnato dall’Alejandro interpretato da Benicio Del Toro (...).

GGiampiero Frasca, Cineforum, n. 549, novembre 2015

 

 

 

 

 

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Perfect Day

 

di Fernando León Aranoa

 

 

Un film controcorrente e controsenso rispetto al senso obbligato dei film di guerra.

C’è il dolore profondo per gli orrori della guerra: ma c’è anche una sfrenata volontà di ridere della stupidità umana che, anche in guerra, si dispiega con tutta la sua mortifera potenza.

Guerra di Bosnia. I volontari Benicio Del Toro, Tim Robbins e due donne. Un pozzo con dentro un cadavere, una corda per tirarlo fuori.

Lo humour diventa, in mezzo alla morte, l’unico antidoto utilizzabile.

Durata: 105’.

 

 

Giovedì 27 ottobre, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

 

 

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