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Scheda pdf (211 KB)
Il responsabile delle risorse umane - Scheda del film

 

 

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 10 maggio 2012 – Scheda n. 27 (866)

 

 

 


 

Il responsabile

delle risorse umane

 

Titolo originale: Shlichuto shel hamemune al mashabei enosh.

 

Regia: Eran Riklis.

 

 Soggetto: dal romanzo omonimo di Abraham B. Yehoshua.

Sceneggiatura: Noah Stollman. Fotografia: Rainer Klausmann.

Montaggio: Tova Asher. Musica: Cyril Morin.

 

Interpreti: Mark Ivanir (il responsabile delle risorse umane), Guri Alfi (“Faina”),

Noah Silver (il ragazzo), Rozina Cambos (il console),

Julian Negulesco (il viceconsole), Bogdan E. Stanoevitch (l’ex marito),

Gila Almagor (la vedova), Reymond Ansalem (il divorziato),

Papil Panduru (l’autista), Irina Petrescu (la nonna),

Danna Semo (la segretaria), Sylwia Drori (la suora),

Ofir Weil (l’impiegato dell’obitorio).

 

Produzione: 2-Team Productions. Distribuzione: Sacher.

Durata: 103’. Origine: Israele, Germania, Francia, Romania, 2010.

 

 

Eran Riklis

 

Nato nel 1954, a Gerusalemme, cresciuto tra gli Usa, il Canada e il Brasile, Eran Riklis si è diplomato alla National Film School di Beaconsfield, in Inghilterra, nel 1982. È oggi il più famoso regista israeliano. Tra i suoi titoli ricordiamo On a Clear Day You Can See Damascus (1984, film d’esordio), Cup Final (1992, presentato a Venezia e Berlino), Zohar (1993, il più grande successo del cinema israeliano degli anni novanta), Vulcan Junction (2000), Temptation (2002), il premiatissimo La sposa siriana (2004, visto al Cineforum) e Il giardino di limoni (2008, visto al Cineforum). Il responsabile delle risorse umane è il suo film più recente (2010).

Sentiamo Riklis: «Abbiamo tutti una missione nella vita e se così non fosse, dovremmo sforzarci di averne una. Io penso che la mia sia quella di interessarmi alla vita delle persone, di individuare i cambiamenti della società, di osservare le tendenze attuali e passate, di avere uno sguardo insieme affettuoso e senza concessioni sull’anima e il cuore degli esseri umani, di porgere uno specchio ai miei contemporanei affinché ci si possano riscoprire, di suggerire nuovi modi di vedere il mondo, invece di attenersi a tradizioni e mentalità immutabili. La mia missione è fare film. Il personaggio del responsabile delle risorse umane m’interessava perché avevo la sensazione che la sua missione consistesse nello scoprire se stesso – un compito molto vicino a quello del cinema. Motivo per cui ho deciso di dedicargli un film. La sua missione è misteriosa, e benché gli venga imposta, a poco a poco gli entra dentro: diventa qualcosa di intimo e di emotivo, ma la portata di quell’incarico è anche nazionale. È una missione che s’iscrive nella grande tradizione della tragedia greca e del teatro shakespeariano. La sua missione consiste anche nell’imparare a vivere con i morti, o meglio nel rivelare ed esplorare la vita attraverso la morte. E la morte assume qui il volto di una donna fuori del comune, il cui sorriso enigmatico ricorda quello di Monna Lisa. Chi può resistere ad una simile donna? Non il responsabile delle risorse umane e certamente non io. Ho quindi intrapreso questo viaggio con lui e con lei, e con tutti gli altri passeggeri, nella speranza che alla fine del percorso riuscirò a trovare un senso, semplice ma importante, alla condizione umana di oggi, di ieri e di domani... È stato il mio produttore, Haim Mecklberg che mi ha proposto di portare al cinema il romanzo di  Yehoshua. Ho voluto rimanere fedele al libro sentendomi comunque totalmente libero di seguire la direzione che mi sembrava più giusta dal punto di vista narrativo e cinematografico. Per me, l’adattamento cinematografico di un romanzo diventa un’opera a sé stante che deve innanzitutto funzionare in modo autonomo, senza che ci sia bisogno di far riferimento al libro. Anche se occorre in ogni caso rispettare il materiale originale... Io non penso che il film parli del cinismo aziendale quanto piuttosto del cinismo e dell’indifferenza che caratterizzano tutti noi quando guardiamo qualcuno che ci è estraneo o quando sentiamo parlare della sofferenza altrui. Per me, il vero tema del film, è la ricerca della propria umanità... Nel libro si parla di un panificio e mi sembra giusto, perché il pane è un alimento base, che nasce dalla terra e che è sempre presente nella nostra vita quotidiana. Da un punto di vista religioso, il pane è il simbolo del corpo e questo funziona bene nel film, senza mai diventare una metafora troppo pesante. Il protagonista del film non si assume le proprie responsabilità, né in famiglia, né sul lavoro. Poi, il suo viaggio in Romania diventa un percorso iniziatico, una missione che gli permette di scoprirsi o di riscoprirsi. Deve assolutamente riconciliarsi con se stesso, con la sua famiglia e con chi gli sta intorno, prima che sia troppo tardi e che si ritrovi condannato a condurre una vita solitaria fatta di autocommiserazione. Deve perciò prendere le distanze dalla sua realtà immediata – ed è ciò che facciamo tutti in questo tipo di situazione: fuggiamo dal quotidiano, preferiamo mentire a noi stessi, e reimpariamo a spese nostre ad accettare la realtà per quello che è. Per compiere questo percorso spirituale e diventare un uomo migliore, lui ha bisogno di fare un vero e proprio viaggio. Penso che in fondo, il responsabile delle risorse umane sia una persona perbene e un uomo di grande sensibilità... La condizione degli immigrati è un problema ricorrente in un paese come Israele. Vengono qua per trovare lavoro e sopravvivere, pensano di arrivare in Terra Santa e trovano solo disperazione e sofferenza. Questi immigrati sono il punto di partenza del mio film. Questa giovane donna, che muore per l’appunto in un attentato suicida, avrà un’influenza fondamentale sugli altri personaggi. Il film racconta come si può viaggiare con la morte per riscoprire la vita. Yulia è morta, ma i suoi desideri, i suoi sogni e la sua presenza abitano ormai in tutti quelli che la conoscevano, anche solo alla lontana. Yulia permette ad ognuno di loro di fare un viaggio alla riscoperta di sé. Alla fine del film, la madre di Yulia insiste nel voler rispedire le spoglie della figlia in Terra Santa. Questo perché la Terra Santa, in particolare Gerusalemme, facevano parte del sogno di Yulia. Lei ha abbandonato tutto per realizzare il suo sogno, sperando che suo figlio la potesse raggiungere e forse anche sua madre. È morta nel tentativo di fare questo. Era felice a Gerusalemme? Il responsabile delle risorse umane non lo sa, e nemmeno io lo so. Ma sua madre ritiene che, se lei ha vissuto a Gerusalemme e se lì ha perso la vita, quello sia anche il luogo in cui debba essere sepolta. Il figlio la pensa senz’altro come lei e il responsabile delle risorse umane, alla fine di un lungo viaggio, è certamente dello stesso parere. In un certo qual modo, tutti i personaggi cercano di realizzare il sogno che Yulia aveva fatto per sé… Adoro il cinema rumeno e la musica rumena, anche se non conosco molto bene la cultura di quel paese. Ho cercato di saperne subito di più sui costumi, l’umorismo, l’umanità, la malinconia e la complessità di quel popolo. Mi sono innamorato della Romania sin dal mio primo viaggio e la maggior parte dei posti dove abbiamo girato sono quelli che avevo già in mente dall’inizio. È un paese cinematografico, sia per i posti che per le persone».

 

 

La critica

 

Il film di cui ci occupiamo è tratto dal romanzo omonimo di Yehoshua e nel libro il tema del viaggio è legato strettamente al percorso esistenziale del protagonista, che si origina dal senso di colpa. Perché è il senso di colpa (di fallimento, di inadeguatezza, di scarsa presenza a se stesso e agli altri) che lo porta a compiere un itinerario di espiazione e rigenerazione che passa per il viaggio (e per il corpo, per la depurazione del corpo), ma che è innanzitutto cammino interiore, ripensamento, crescita. Umanità. Lo scrittore insiste infatti sull’“umano”, facendo assumere all’opera una valenza esistenziale; non a caso il protagonista non ha nome, anzi nessuno dei personaggi ha un nome: l’unico che ce l’ha è quello che con la sua morte dà l’avvio al plot, Yulia Petracke, che di nomi in realtà ne ha tre nonostante sia un’“invisibile”, una persona che nessuno “reclama” all’obitorio perché straniera e in pratica assente da quella terra, non “risultante”. Gli altri due sono “l’angelo”, soprannome datole dagli abitanti del quartiere ortodosso in cui si trova a stare a Gerusalemme, e Ruth, nome dalle ascendenze bibliche che significa “compagna”, datole dalle ragazzine dello stesso quartiere. Una figura salvifica dunque; che attraverso la sua morte darà vita al protagonista che era morto, morto dentro; come se la morte del corpo potesse risanare quella dello spirito, esplicitata dalla voce della radio che dice che «a quest’ora di notte tutti siamo alla ricerca di qualcosa che possa confortare la nostra anima», mentre l’auto del protagonista sfreccia sullo sfondo della città illuminata. La città quindi. E Israele nel 2002, con gli attentati suicidi che ne sconvolgono le viscere. Se di Yehoshua qualcuno ha scritto che è un uomo politico prestato alla letteratura, i film precedenti di Riklis affrontano le questioni politiche del Medio Oriente in maniera più esplicita anche se sempre simbolica (e di “simbolismo realistico” si è parlato anche per lo scrittore), a partire soprattutto dall’idea del confine come limite, steccato, prigione che imbriglia. Qui il confine, non più tra Israele e Siria o tra Israele e i territori occupati ma tra Israele e l’Europa orientale, e più precisamente la Romania, è un confine che viene attraversato e che bisogna attraversare per ritrovarsi, come se per ritrovarsi, appunto, bisognasse uscire da una terra così problematica, dove tutto è complicato ma anche bello (come dice un personaggio del film a proposito di Gerusalemme), per visitarne un’altra problematica altrettanto, sia pure in modo diverso. (...) Se il sottotitolo del libro è «Passione in tre atti», qui le parti sono essenzialmente due, quella a Gerusalemme e quella in Romania, con lo stacco segnato dalla dissolvenza su bianco sulla bara che viene mandata verso l’aereo. La prima parte è più “seria”, drammatica, la seconda più dinamica e picaresca, alla Kusturica appunto, con inserti grotteschi e surreali. La regia, semplice e lineare, è sostenuta da una fotografia incisiva, e l’ultima inquadratura è accompagnata da una ballata popolare che dice «Gente, sorella gente; c’è chi viene e c’è chi va, c’è chi nasce e c’è chi muore».

PPaola Brunetta, Cineforum, n. 500, dicembre 2010

 

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