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Scheda pdf (206 KB)
Io sono con te - Scheda del film

 

 

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 15 dicembre 2011 – Scheda n. 9 (848)

 

 

 

 

Io sono con te

 

 

 

Regia: Guido Chiesa

 

Sceneggiatura: Nicoletta Micheli, Guido Chiesa, Filippo Kalomenidis.

Fotografia: Gherardo Gossi. Montaggio: Luca Gasparini, Alberto Masi.

Musiche: Nicola Tescari.

 

Interpreti: Nadia Khlifi (Maria), Rabeb Srairi (Maria adulta),

Mustapha Benstiti (Giuseppe), Ahmed Hafiene (Mardocheo),

Mohamed Idoudi (Gesù), Fadila Belkebla (Elisabetta),

Djemel Barek (Zaccaria), Carlo Cecchi (Erode),

Fabrizio Gifuni (un sapiente), Denis Lavant (un sapiente),

Jerzy Stuhr (un sapiente).

 

Produzione: Magda film, Colorado Film, Rai Cinema. Distribuzione: Rai Trade.

 Durata: 102’. Origine: Italia, 2010.

 

Guido Chiesa

 

Nato a Torino nel 1959, Guido Chiesa lavora dal 1983 al 1990 negli Stati Uniti come assistente alla regia in film di Jim Jarmusch, Michael Cimino e di altri registi. Fa il corrispondente per alcuni giornali italiani e Radio Rai. Nel 1991 esordisce come regista con Il caso Martello. Del 1994 è Babylon; nel 1995 dirige, con Davide Ferrario, il documentario Materiale resistente; del 1999 è il doc Non mi basta mai; del 2000, Il partigiano Johnny; del 2002 è il doc Alice è in paradiso; del 2004 Lavorare con lentezza. Dopo il doc Le pere di Adamo, gira in Tunisia questo Io sono con te. Ha girato e realizzato anche molti videoclip e parecchi altri doc.

Sentiamolo su Io sono con te: «Il film è prima di tutto il racconto di una maternità: quella di Maria di Nazaret, dal concepimento fino all’adolescenza di suo figlio Gesù. Il ritratto di una madre e della relazione con il proprio figlio, sostenuta dalla presenza discreta e in fieri di Giuseppe, il patriarca ‘che si fa da parte’, rinunciando al primato maschile. Una storia universale perché legata a passaggi fondamentali delle nostre vite e radicati dentro ciascuno di noi, venuti al mondo tutti con le medesime e inderogabili aspettative. Le domande sollevate nel film affrontano questioni come il nascere, il crescere, l’educare i figli, in una prospettiva squisitamente femminile. Per questo il film si rivolge senza esitazioni a credenti e non. I fatti sono quelli narrati nei Vangeli canonici, in particolare in quello di Luca: il concepimento; la visita di Maria a Elisabetta e Zaccaria; la nascita; l’incontro con i Re Magi; la scomparsa di Gesù dodicenne. Al di là di alcune indicazioni storiche e di costume, gli unici elementi che si avvicinano alla tradizione apocrifa sono il nome della madre di Maria e la condizione di vedovo con figli di Giuseppe. Ma, in particolare per quanto riguarda la Natività e l’infanzia di Gesù, i testi apocrifi sono ammantati di un’aura magica e ambivalente, oggi diremmo a tratti surreale, che è quanto di più distante dall’Incarnazione, il Verbo che diventa persona, che si fa corpo, in tutta la sua naturalità: il cuore storico del Cristianesimo. Gli altri avvenimenti narrati nel film, a partire dal contesto familiare e comunitario che fa da cornice alla vicenda, sono frutto della nostra invenzione narrativa e del lavoro di ricerca. Il Cristianesimo è l’unica, tra le grandi religioni del mondo, a identificare in una donna il principio positivo della salvezza e di un nuovo corso nella storia dell’umanità. A vedere nella madre, dunque nella donna, il cardine dell’intera vicenda umana. Ma cosa aveva concretamente di speciale questa ragazza da renderla genitrice di un Dio che si ‘fa uomo’? Perché Dio l’avrebbe scelta? A nostro parere, la chiave sta tutta nella prerogativa della “grazia” che la distingue, ma conferendo a questo status una declinazione umana, sostanziata di amore e fiducia, di facoltà terrene eppure non per questo meno sorprendenti e decisive. Nel racconto del film, Maria, proposta spesso dalla tradizione come una sorta di simulacro inarrivabile, talvolta persino come una figura in ombra e addirittura passiva, assume caratteristiche precise, ritratta questa volta come un esempio positivo e imitabile. Se, come ormai largamente documentato, nei primi momenti di vita in buona parte si decide la capacità di amare di un individuo; se la madre per un tempo significativo dovrebbe incarnare il bene incondizionato, in accordo con precise leggi di natura; se è attraverso i propri modelli genitoriali che un bambino acquista personalità e strumenti relazionali; l’uomo che un giorno indicherà nell’amore il precetto essenziale e inviterà a porgere l’altra guancia, lascia supporre l’esistenza di una madre fuori dal comune. In questa prospettiva, alla luce di quanto oggi la scienza va scoprendo sul parto, l’allattamento e gli effetti neuronali dell’amore primario materno o, al contrario, della violenza fisica e psicologica sui bambini, la Natività rappresenta un sorprendente modello antropologico. Abbiamo girato il film nelle campagne della Tunisia (nella zona desertico-montagnosa di Matmata e in quella più verde e collinosa di El Kef) in cerca di un habitat, culturale e antropologico, il più vicino possibile alle condizioni di vita della Palestina di duemila anni fa. Per la stessa ragione, abbiamo scelto attori locali, spesso non professionisti, talvolta veri e propri non-attori, a partire dalla protagonista di buona parte del film, la giovane Maria. Persone semplici, pastori, contadini, bambini, che hanno animato il film recitando nella loro lingua madre, il dialetto delle campagne tunisine, lontano discendente da quel ceppo semitico da cui sono stati generati l’ebraico, l’aramaico e l’arabo. Interpreti rispetto ai quali si è cercato di custodire e valorizzare tutta la loro spontaneità e veridicità, con una recitazione che attingesse al loro vissuto. Una risorsa fondamentale per il film che sarebbe andata persa con la scelta di una lingua a loro sconosciuta e quindi artificiale. I personaggi che in qualche modo rappresentano l’ufficialità, i Re Magi per esempio, parlano invece il greco antico, la più diffusa lingua della cultura e della diplomazia del tempo. Questo scenario arcaico, patriarcale, cadenzato da riti e gerarchie socio-familiari millenarie, fa apparire ancora più sorprendente la parabola di Maria e del figlio Gesù, che da semplici e umili hanno palesato inganni e violenze, rivelando al mondo la sua via di salvezza».

 

La critica

 

Ora che Io sono con te arriva nelle sale siamo curiosi di vedere se qualcuno, in Vaticano, si “scandalizzerà”. Usiamo il termine non a caso: Guido Chiesa, regista di questa originalissima rilettura dei Vangeli in chiave “mariana” e femminile, ha giustamente definito “scandalosa” la religiosità di Maria raccontata nel film. È quella di Io sono con te, una Madonna diversa da quella tramandata dalla tradizione. È una ragazza alla quale nulla viene annunciato da angeli et similia, ma che accetta la propria incomprensibile maternità come se fosse un evento naturale. E una volta divenuta madre, decide di educare il bimbo sfidando le convenzioni e seguendo l’istinto. Un istinto materno che le dice di tener lontano il figlio dalla violenza (rifiutandosi, ad esempio, di farlo circoncidere) e di insegnargli a vivere secondo natura, in pace con se stesso e con il prossimo, secondo valori più legati alla sfera della femminilità che a quella, più rude e aggressiva, del maschile. Ed è grazie a questa educazione – suggerisce Chiesa – che Gesù diventerà uno spirito rivoluzionario capace di cambiare il mondo più di chiunque altro essere, divino o umano, venuto prima o dopo di lui. Questa visione del cristianesimo non ha nulla a che vedere con le trovate pubblicitarie del Codice da vinci, e si avvicina semmai ai Vangeli gnostici – molto citati anche da Dan Brown, certo – nel loro rivendicare la presenza femminile nella cerchia di Gesù e dei suoi discepoli. Ed è questa visione a essere scandalosa per la Chiesa, dal Concilio di Nicea in poi. (...) Al di là delle questioni teologiche, il film ha un suo fascino bizzarro, legato anche ai luoghi – una Tunisia ben poco turistica – e alla scelta di far parlare i personaggi nell’arabo rurale di oggi [ma la copia distribuita normalmente nelle sale è doppiata in italiano, ndr] (...).

AAlberto Crespi, l'Unità, 19 novembre 2010

 

Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Si potrebbe sintetizzare così - absit iniuria verbis - il quarto film italiano in concorso al Festival di Roma: Io sono con te di Guido Chiesa. Racconta la giovinezza di Gesù dal punto di vista della Madonna o meglio cerca di spiegare la novità del verbo evangelico, fatta di rispetto dell’altro, di libertà intellettuale e di elogio della disobbedienza, a partire dall’insegnamento e dall’esempio della madre. Influenzato dalle ricerche della moderna pedagogia (è nei primi momenti di vita che si decide la capacità di amare dell’individuo ed è proprio attraverso i modelli genitoriali che un bambino acquista personalità e strumenti relazionali), il film cerca di avvalorare la tesi che la «rivoluzione» del messaggio di Cristo deve presupporre una coppia di genitori altrettanto «rivoluzionari» e anticonformisti. L’idea, molto laica e per niente divina (come si può intuire dalla mancanza di qualsiasi scena di Annunciazione per spiegare la gravidanza di Maria), dà il la a un film curiosamente schizofrenico: da una parte l’ambientazione pauperistica e antispettacolare (il film è stato girato nelle campagne della Tunisia), con molti interpreti scelti tra la gente del luogo (a cominciare da una sorridente giovane Maria: Nadia Khlifi) che parlano un dialetto arabo; dall’altra parte, il percorso tradizionale della nascita e poi della crescita di Gesù raccontato seguendo la falsariga dei Vangeli, soprattutto quello di Luca, dalla visita dei Magi (che parlano greco antico), alla strage degli innocenti, al dialogo con i dottori nel tempio. E in mezzo una donna che distrugge le regole tradizionali della comunità e un marito, Giuseppe, che si adegua senza farsi molte domande. Lasciando però allo spettatore il dubbio di un’operazione tutta di testa, dove il fascino della ricostruzione pauperistica stride con la coscienza troppo «femminista» di Maria.

PPaolo Mereghetti, Corriere della Sera, 4 novembre 2010

 

 

 

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