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Scheda del film (180 Kb)
Francofonia - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 20 aprile 2017 – Scheda n. 25 (1000)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francofonia

 

 

 

Titolo originale: Francofonia, Le Louvre sous occupation

 

Regia: Alexandr Sokurov

 

Sceneggiatura: Alexei Jankowski, Aleksandr Sokurov.

Fotografia: Bruno Delbonnel. Musica: Marat Kabardokov.

Montaggio: Alexei Jankowski, Hansjorg Weissbrich.

 

Interpreti: Louis-Do de Lencquesaing (Jacques Jaujard),

Benjamin Utzerath (Conte Franziskus Wolff-Metternich),

Vincent Nemeth (Napoleone Bonaparte),

Johanna Korthals Altes (Marianne).

 

Produzione: Idéale Audience, Arte France Cinema, Le Musée du Louvre.

Distribuzione: Academy Two.

Durata: 87’. Origine: Francia, 2015.

 

 

 

 

1000!

 

 

Siamo arrivati alla scheda n. 1000. Il cineforum è nato al defunto (bruciato!) cinema Vittoria di Crusinallo nel 1963. Le schede non avevano numero. Nel 1971 si è trasferito qui al Sociale e mercoledì 10 novembre 1976 è apparso il n. 1 sulla scheda Il passato e il presente del grande Manoel De Oliveira (1908-2015!). Sono più di 40 anni che le schede hanno un numero. Raggiunto il n. 1000, non ci resta che continuare: 1001, 1002, fine di questa stagione, poi nella prossima 1003, 1004, 1005...

 

 

Alexandr Sokurov

 

 

Uno dei grandi registi del nostro tempo. Aleksandr Sokurov è nato nel 1951 nel piccolo villaggio di Podorvicha, vicino a Irkutsk, in Siberia. Regista originale, ogni suo film è sì una visione ma soprattutto è una esperienza sensoriale molto particolare. Dunque: non vale lamentarsi perché non è il solito film. Di sicuro è qualcos’altro. Sokurov è misticheggiante, visionario, elegiaco, compone immagini, suoni, ricordi, annunci, profezie, invenzioni; mescola tempi ed epoche; sovrappone idee, discorsi, brani documentaristici e di finzione.

Sokurov si laurea in storia e filosofia all’università di Gor’kij, fa documentari per la tv, si diploma alla scuola di cinema di Mosca, il VGIK, nel 1979, entra in contatto con il maestro Andrej Tarkovskij. Nel 1978, il suo primo film, La voce solitaria dell’uomo, viene censurato con l’accusa di formalismo. Solo a metà degli anni Ottanta, i lavori di Sokurov iniziano a circolare liberamente. Sokurov ha diretto molti film che ha chiamato Elegie: ricordiamo Elegia dalla Russia. Studi per un sogno (1992), Sulle tracce di Boris Eltsin. Elegia sovietica (1990), Elegia moscovita, dedicata a Tarkovskij (1987), Elegia del viaggio (2001). Sokurov ha indagato nel passato: Sonata per Hitler (1989), E nulla più (1987), le tre parti di Diario di San Pietroburgo (1997, 1998, 2004), Sonata per viola. Dmitrij Shostakovich (1988). Tanti i film di finzione: Una dolorosa indifferenza (1987), I giorni dell’eclisse (1988), Salva e custodisci (1989), Kamen (1992), Madre e figlio (1997), il formidabile Arca russa (2002, visto al cineforum), un piano sequenza di 96 minuti all'interno del museo dell’Ermitage. E ancora Padre e figlio (2003) e i quattro film dedicati all’analisi del Potere: Moloch su Adolf Hitler (1999), Taurus su Lenin (2000), Il sole sull’imperatore giapponese Hiro Hito e il poderoso Faust (2011, visto al cineforum), Leone d’oro a Venezia. Francofonia, girato su commissione del Museo del Louvre, è stato anch’esso presentato a Venezia.

Ecco qualche dichiarazione di Alexandr Sokurov: «Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage, questi indelebili punti di riferimento nazionali? Proviamo ad immaginare un’arca, una nave, nel mezzo dell’oceano con tante persone e tante opere d’arte a bordo – libri, dipinti, spartiti, sculture, ancora libri, dischi e altro. Ma le travi della nave non riescono più a reggere il peso e l’arca rischia di affondare. Cosa salvare? Le persone? O quei muti e insostituibili testimoni del passato? Cosa saremmo senza musei?...

Sono stato per la prima volta all’Hermitage all'età di 27 anni. Troppo tardi. Ma prima non è stato possibile. Vengo da una famiglia semplice, di estrazione molto modesta. Quando ho saputo che sarebbe stato possibile girare Arca russa all’Hermitage ero esaltato dalle immense opportunità di quel luogo. E allo stesso modo sono stato entusiasta dell’opportunità di girare il film al Louvre. Era meraviglioso il fatto che la direzione del Louvre avesse aderito con entusiasmo alla nostra proposta. La combinazione di queste circostanze è già un miracolo...

Le gallerie del Louvre erano spoglie durante l’occupazione nazista. I capolavori del museo erano stati portati via e nascosti alcuni anni prima. La gente cominciò a capire: se noi moriamo, la nostra arte sarà destinata a scomparire, le nostre speranze, le nostre preghiere, il nostro Dio. Se Parigi fosse stata bombardata, cosa avrebbe significato questo per noi? Per quanto possa essere incredibile ciò non è accaduto. Qualsiasi altra città è stata bombardata e bruciata mentre i soldati saccheggiavano e mentre i camion dell’esercito portavano via il bottino di guerra. Ovunque ma non Parigi. Parigi è stata il rifugio, la salvezza...

Studiando i documenti coevi due figure singolari si distinguono dal resto: il direttore del Louvre Jacques Jaujard e il rappresentante delle forze di occupazione, il conte Franz Wolff Metternich. Sembra che siano nemici, ma a poco a poco capiamo che non lo sono e che invece hanno molto in comune. Sono due personaggi notevoli che hanno pressappoco la stessa età, entrambi con la medesima vocazione di proteggere e di preservare le opere d’arte...

Francofonia è un collage più che un racconto in ordine cronologico, è un percorso che segue i meandri fantasiosi del pensiero. In Francofonia l’Autore, che sono io in persona, comunica con l’Amico a bordo di una nave che trasporta un’importante collezione d’arte museale. La nave che affronta la tempesta è come il destino, nella sua forma più pura ed ineluttabile: quel che sarà, sarà. Tutti i container con le opere d’arte si sono dispersi in mare...».

 

 

La critica

 

 

Film saggio, a metà tra la riflessione storica e la privatezza diaristica, dove la cinepresa diventa un’autentica camérastylo che mescola formati e percorsi con straordinaria (e affascinante) libertà, questo Francofonia - che nelle intenzioni dichiarate doveva essere un film dedicato al museo parigino del Louvre, un po’ come Arca russa lo era stato sull’Ermitage di San Pietroburgo - nasconde dentro di sé suggestioni che si svelano allo spettatore a ogni visione. A Venezia, dove il film era stato presentato e dimenticato dalla giuria (perché Sokurov aveva già vinto un Leone d’oro nel 2011 con Faust?) mi aveva colpito l’intreccio di stili, di tempi e di toni, quasi una specie di prolungamento più articolato e concreto delle ‘elegie’ girate a cavallo degli anni Novanta sul dissolvimento di un mondo e dei suoi valori: il Louvre e più in generale l’arte come baluardo della cultura in nome del quale la coerenza personale poteva mettere in discussione anche la fedeltà politica. Rivisto dopo sei mesi (e dopo l’incrudelirsi degli attacchi dell’Isis ai simboli dell’Occidente), Francofonia rivela una più radicale lettura dell’arte custodita al Louvre e nei musei europei e la difesa di un’idea dichiaratamente occidentale dei valori culturali. “Cosa  saremmo senza l'Europa?” si sente all’inizio del film, cui fa eco, più avanti, l’elogio della galleria di ritratti conservata al Louvre, un genere - quello della pittura del volto umano - che solo l’Occidente ha coltivato. E di cui Sokurov sottolinea appunto l’esclusività antropologica e geografica. Il film, che ha avuto una lunga e tormentata gestazione proprio perché i responsabili del museo parigino hanno faticato ad accettarne la struttura, è costruito intorno a tre ‘coppie’ che dialogano tra di loro e si intrecciano secondo una logica che è più poetica che narrativa: il regista e il capitano di un cargo in navigazione; Napoleone (Vincent Nemeth) e Marianna (Johanna Korthals Altes) che si aggirano per il Louvre; Jacques Jaujard (Louis-Do de Lencquesaing), il direttore del museo parigino al tempo dell’invasione nazista, e Franziskus Wolff-Metternich (Benjamin Utzerath), plenipotenziario del Führer per il Kunstschutz (la ‘conservazione delle opere d’arte’, una dottrina dietro cui si nascondeva l’intenzione di trasportare in Germania i capolavori dei Paesi sconfitti). Il dialogo tra i primi due, che comunicano attraverso un disturbatissimo videotelefono, riguarda il destino di un cargo su cui sono stati imbarcati i tesori di un museo non ben identificato e che si trovano a sfidare la furia del mare in tempesta: ‘sballottare l’arte sull’oceano è disumano’ dice il capitano, ed è evidente il valore metaforico di queste immagini dove la forza del mare diventa quella della Storia, che si accanisce ‘senza ragione né pietà’. Per questo a Sokurov interessa Napoleone, perché il suo trionfo servì anche a creare il nucleo principale del museo del Louvre, tra le cui stanze si pavoneggia di fronte a quadri e ritratti, incrociando una timida Marianna che di fronte alle tele declama, non a caso, le parole chiave della democrazia francese: ‘libertà, uguaglianza, fratellanza’. Così, lungo un percorso che privilegia il tema della conservazione/salvataggio delle opere sulla loro fruizione, ecco la ricostruzione degli anni Quaranta, con l’invasione tedesca e il testardo lavoro del direttore del Louvre per salvare le opere del museo dalla guerra e dall’avidità nazista. Che cosa tiene uniti questi tre piani così diversi? Per Sokurov è l’idea della sacralità dell’opera d’arte e della sua funzione fondativa rispetto alla cultura occidentale, in nome della quale si può morire (ecco il riferimento all’assedio di Leningrado) oppure ‘tradire’ (Jaujard aderì a Petain ma sostenne la Resistenza, Wolff-Metternich ostacolò i gerarchi che volevano spogliare il Louvre) e in cui il regista vede un legame anche con la cultura russa (ecco l’omaggio a Tolstoj e Cechov, ‘addormentati’ cioè inascoltati nel Novecento comunista). Ne esce un viaggio pieno di fascino ed emozione, tra metafore marinare e ricordi della Storia, dove i musei (‘cosa sarebbe la Francia senza Louvre?’ ci chiede il film) diventano il cuore di una civiltà orgogliosamente occidentale. Forse troppo.

PPaolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 15 dicembre 2015

 

 

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Rams

 

Storia di due fratelli


e otto pecore

 

 

di Grímur Hákonarson

 

 

 

Rams vuol dire montoni. Il titolo dice molto.

Se poi si legge il nome del regista, Grímur Hákonarson, è probabile che venga in mente l’Islanda e le pecore e la neve e i vulcani e il freddo e l’isolamento.

In più bisogna aggiungere i due fratelli, Gummi e Kiddi, che il titolo ci dice che ci sono, però non ci dice che abitano piuttosto vicini ma non si parlano da quarant’anni.

Una storia dal sapore biblico. Con odio biblico. E arriva la “scrapie”...

Durata: 93’.

 

 

 

 

 

Giovedì 27 aprile, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

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