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Scheda del film (177 Kb)
Frantz - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 13 aprile 2017 – Scheda n. 24 (999)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Frantz

 

 

 

Regia: François Ozon

 

Soggetto: liberamente ispirato al film

L’uomo che ho ucciso (1932) di Ernst Lubitsch

Sceneggiatura: Philippe Piazzo, François Ozon. Fotografia: Pascal Marti.

Musica: Philippe Rombi. Montaggio: Laure Gardette.

 

Interpreti: Pierre Niney (Adrien), Paula Beer (Anna),

Ernst Stötzner (Hoffmeister), Marie Gruber (Magda),

Yohann von Bülow (Kreutz).

 

Produzione: Mandarin Production. Distribuzione: Academy Two.

Durata: 113’. Origine: Francia, 2016.

 

 

 

François Ozon

 

 

Parigino, nato nel 1967, François Ozon studia alla famosa scuola di cinema La Femis, realizza alcuni corti (Une robe d’été, Scènes de lit) e nel 1998 dirige il suo primo lungometraggio Sitcom. I due film seguenti, Amanti criminali e Gocce d’acqua su pietre roventi, entrambi del 1999, lo rendono famoso in patria e all’estero. Buona prova quella di Sotto la sabbia (2000), con Charlotte Rampling. Nel 2002, Otto donne e un mistero conferma la sua notorietà, anche grazie al cast tutto al femminile con Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert e Danielle Darrieux. Vengono poi due film minori come Swimming pool e Cinqueperdue. Del 2005 è Il tempo che resta, con Jeanne Moreau e Valeria Bruni Tedeschi. Nel 2007 realizza Angel - La vita, il romanzo. Del 2009 è il melodramma fantastico Ricky - Una storia d’amore e libertà. Seguono Il rifugio e Potiche – La bella statuina (2010), con Catherine Deneuve e Gérard Depardieu. Nel 2013 escono Nella casa e Giovane e bella. Dirige poi Una nuova amica (2014, visto al cineforum). Infine, ecco Frantz, presentato con successo nel 2016 alla Mostra di Venezia.

Sentiamo Ozon: «In un’epoca ossessionata dalla verità e dalla trasparenza, desideravo da tempo fare un film sulla menzogna. Come allievo e ammiratore di Eric Rohmer, ho sempre trovato le bugie molto eccitanti da raccontare e da filmare. Riflettevo proprio su questo quando un amico mi ha parlato di uno spettacolo teatrale di Maurice Rostand, scritto subito dopo la Prima guerra mondiale. Facendo delle ricerche, ho poi scoperto che lo spettacolo era già stato adattato per il cinema da Ernst Lubitsch nel 1931 con il titolo Broken Lullaby. La mia prima reazione è stata quella di lasciare perdere. Come potevo competere con Lubitsch?! Poi, vedere il film di Lubitsch mi ha rassicurato, perché è molto simile allo spettacolo teatrale e adotta lo stesso punto di vista, quello del giovane francese. Il mio desiderio invece era di adottare il punto di vista della ragazza che, così come lo spettatore, non sa perché quel giovane francese si reca sulla tomba del suo fidanzato.

A teatro e nel film di Lubitsch conosciamo fin dall’inizio il suo segreto, dopo una lunga confessione col prete. Alla fine, più del senso di colpa, ciò che mi interessava era la menzogna. Il film di Lubitsch è magnifico, da rivedere nel contesto pacifista e idealista del dopo guerra. Ho tenuto infatti alcune scene che ha creato adattando lo spettacolo teatrale. È il suo film meno conosciuto, il suo unico film drammatico, e anche il suo fallimento più grande. La sua messinscena è impeccabile come sempre e piena di inventiva ma allo stesso tempo, è il film di un cineasta americano, di origine tedesca, che non sa che una seconda guerra mondiale si sta profilando all’orizzonte e che vuole fare un film ottimista, di riconciliazione. La guerra 14-18 era stata un tale massacro che tante voci politiche e artistiche, sia in Francia sia in Germania, si erano alzate per difendere l’ideale pacifista: “mai più”.

Il mio punto di vista da francese che non ha conosciuto nessuna delle due guerre invece era per forza diverso. Così ho fatto dei cambiamenti. Nello spettacolo teatrale di Rostand e nel film di Lubitsch, la menzogna non viene svelata ai genitori, il francese è ben accetto nella famiglia tedesca, prende il posto del figlio, suona il violino per loro e tutto finisce bene. Nel mio film, Adrien prova ad integrarsi nella famiglia ma ad un certo punto la menzogna e il senso di colpa sono troppo pesanti e racconta tutto ad Anna. Contrariamente al film di Lubitsch, Anna lo può accettare solo dopo un lungo percorso iniziatico. La seconda parte si apre sulla partenza di Adrien e la depressione di Anna...

Al contrario dei melodrammi classici, Adrien non si innamora di Anna o comunque non è pronto ad accettare questo amore. Invece, ciò che è bello in Anna è il suo accecamento, sa cosa ha fatto Adrien ma la sua reale sofferenza è di non accettare il suo desiderio per lui e quando finalmente lo va a raggiungere in Francia è perché vuole credere nel loro amore, malgrado tutto. Adrien invece non sa dove cercare il suo desiderio.

Avevo voglia di giocare sulle tematiche classiche del melodramma, il senso di colpa e il perdono, per poi deviare su una de-sincronizzazione dei sentimenti».

 

 

La critica

 

 

Dopo Sotto la sabbia, Il rifugio, Una nuova amica, François Ozon torna ad affrontare il tema dell’elaborazione del lutto e a riflettere sulla morte come perdita intollerabile della persona amata e sull’omissione e l’(auto)inganno come strumenti salvifici, capaci di alleviare il dolore. Lo fa, questa volta, calando il racconto entro una cornice storica precisa: la Germania del primo dopoguerra, un Paese devastato dal risentimento, incapace di elaborare il trauma della sconfitta e rassegnarsi all’umiliazione del trattato di Versailles. Il villaggio tedesco in cui si svolge la prima parte di Frantz piange ancora la perdita dei propri figli caduti in battaglia. Qui la presenza di un francese che si aggira per le vie del borgo viene percepita come una presenza scandalosa. Agli occhi di chi, come Kreutz, nutre di un rancore sordo le proprie ferite mal cicatrizzate, Adrien resta l’odiato nemico, l’assassino dei tanti tedeschi massacrati in trincea, qualcuno che ora torna ad alimentare il ricordo affliggente di quei lutti. Nel film Adrien si presenta come un personaggio sfaccettato e sfuggente. Le atroci esperienze della guerra lo hanno reso un individuo insicuro, smarrito (il corpo emaciato e la recitazione un po’ febbricitante di Pierre Niney conferiscono un che di morboso alla fragilità del personaggio). È un innocente squassato da un lacerante senso di colpa, da ossessioni e desideri confusi, a cui egli stesso non riesce a dare un nome (e che il film, astutamente, sceglie di lasciare nell’ombra). Giunto in quel remoto villaggio tedesco in cerca di perdono ed espiazione, Adrien scopre di non avere il coraggio di confessare una colpa da cui sa di non poter essere assolto. Allora sceglie di mascherare le ragioni reali della sua venuta con una serie di reticenze e finzioni. Illudendosi in tal modo di arginare il lutto, egli resterà invischiato in una rete di imposture da cui pare esclusa ogni possibile via di fuga. Superata l’iniziale diffidenza, il giovane riesce a farsi accogliere all’interno della famiglia di Frantz. Qui viene ad assumere a poco a poco il ruolo della figura assente, colma il vuoto doloroso della persona scomparsa, ne evoca la presenza: diviene, in un certo modo, il nuovo figlio dei signori Hoffmeister, il nuovo possibile amore di Anna. Di fatto, egli si rivela incapace di placare i fantasmi che lo tormentano. Sopraffatto dal peso delle sue stesse menzogne, Adrien arriva infine a confessare ad Anna il segreto che non gli dà pace, rovesciando su di lei il proprio senso di colpa. Solo a questo punto egli potrà illudersi di essere riuscito ad accettare l’oblio. La scelta di tornare in Francia e sottomettersi all’autorità della madre dispotica acconsentendo a un matrimonio di convenienza, chiude la parabola del personaggio nel segno della resa alla normalità borghese: un accomodamento mediocre ma rassicurante per chi, come Adrien, «non sa dove cercare il suo desiderio» (Ozon) e avverte l’urgenza di un rifugio dove acquietare i propri demoni interiori. Diverso l’itinerario di rinascita realizzato da Anna. Il cinema di Ozon, si sa, si nutre ossessivamente di personaggi femminili forti, impavidi, determinati: figure dinamiche, che si muovono, si riconoscono, si trasformano, diventano altre. Ora, se la parte iniziale di Frantz è imperniata sul mistero che aleggia intorno ad Adrien, a metà del film lo spettatore viene a scoprire che è Anna il fulcro autentico dell’azione drammatica, il personaggio centrale e di maggiore spessore del racconto. La sceneggiatura della pellicola, seguendo passo dopo passo l’educazione sentimentale dell’eroina, delinea i contorni di un romanzo di formazione alla vita. A tutta prima, la ragazza si presenta come la vittima consenziente che, in un paese prostrato dal dolore, ha accettato di assumere su di sé la pena di tutti ed espiare una colpa collettiva: la colpa di quei padri che hanno mandato al macello i figli e ora ne piangono la perdita. Dopo la morte di Frantz, Anna si è chiusa in uno spazio familiare regressivo, fondato sulla rinuncia. L’incapacità di elaborare la propria afflizione e quella delle persone di cui ha scelto di prendersi cura, la costringe a consumare l’età giovanile nel tempo inerte e sterile del ricordo: a Kreutz che chiede la sua mano, lei risponde che non vuole dimenticare l’amore perduto. L’apparizione di Adrien è l’elemento che riapre il gioco consentendo alla ragazza di avviare un laborioso processo di trasformazione interiore al termine del quale la giovane donna, prima confinata in una condizione di mancanza, d’incompletezza, di privazione (dove l’esistente quotidiano si riduceva a vita senza gioia), diviene una donna nuova, capace di sognare un nuovo amore, di aprirsi al desiderio ed essere ancora felice. Prima però di trovare finalmente se stessa e di risorgere alle possibilità e promesse della vita, ad Anna sarà richiesto di imparare a conoscere e accettare la drammaticità dell’esistenza. Se la partenza di Adrien getterà l’eroina in uno stato di prostrazione, il viaggio in Francia le darà modo di scoprire che la realtà può essere talora assai diversa da quella che vogliamo immaginare. La ragazza dovrà rinunciare al suo amore fantasticato per Adrien: rinuncia difficile, che tuttavia le consentirà di ritrovarsi in un’identità adulta, pacificata. (...)

NNicola Rossello, Cineforum n. 559, novembre 2016

 

 

 

 

 

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di Alexandr Sokurov

 

 

 

Il grande Alexandr Sokurov gira un film sull’arte, sul Louvre, sull’occupazione tedesca della Francia durante la guerra. Sul coraggio di due uomini: il direttore del Louvre e l’ufficiale tedesco che dovrebbe portare in Germania tutte le opere d’arte del museo. E il film si dirama in tanti percorsi: la vocazione al ritratto dell’arte europea, la nave carica di opere d’arte nella tempesta...

Un film importante. Una meditazione per immagini.

Durata: 87’.

 

 

 

Giovedì 20 aprile, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

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