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Scheda del film (178 Kb)
Sangue del mio sangue - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 30 marzo 2017 – Scheda n. 22 (997)

 

 

 

 

 

 

 

Sangue del mio sangue

 

 

 

 

Regia e sceneggiatura: Marco Bellocchio

 

Fotografia: Daniele Ciprì. Musica: Carlo Crivelli.

Montaggio: Francesca Calvelli, Claudio Misantoni.

 

Interpreti: Roberto Herlitzka (Conte), Pier Giorgio Bellocchio (Federico),

Lidiya Liberman (Benedetta), Fausto Russo Alesi (Cacciapuoti),

Alba Rohrwacher (Maria Perletti), Federica Fracassi (Marta Perletti),

Alberto Cracco (inquisitore francescano), Bruno Cariello (Angelo),

Toni Bertorelli (dott. Cavanna), Filippo Timi (il pazzo).

 

Produzione: Kavac Film. Distribuzione: 01 Distribution.

Durata: 100’. Origine: Italia, 2015.

 

 

Marco Bellocchio

 

 

Uno degli autori italiani più anticonformisti e coraggiosi, Marco Bellocchio, è nato a Bobbio, in val Trebbia (Piacenza), nel 1939. A Bobbio ha ambientato il suo primo, grandissimo film, I pugni in tasca, e altri film, anche questo penultimo Sangue del mio sangue e l’ultimo, Fai bei sogni. Ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. I pugni in tasca (1965) è crudele, è la rivolta contro famiglia patria religione, contro la madre, contro l’ipocrisia. Annuncia la rivolta giovanile. Nel 1967 esce La Cina è vicina, sulla corruzione nei rapporti familiari e sulla politica trasformista. Dopo il collettivo Amore e rabbia (1969) gira Sbatti il mostro in prima pagina (1972) sul mondo del giornalismo. Sulle istituzioni educative cattoliche è Nel nome del padre (1972). Del 1975 è il bellissimo Matti da slegare sui malati mentali. Marcia trionfale (1976) è sull’universo dell’educazione militare. Il gabbiano (1977) è una bella trasposizione da Checov. Dopo il doc La macchina cinema (1978), gira Salto nel vuoto (1980), il doc Vacanze in Val Trebbia (1981), Gli occhi, la bocca (1982) e alcuni film in sodalizio con lo psichiatra Massimo Fagioli, Diavolo in corpo (1986), Enrico IV (1984), La visione del Sabba (1988), La condanna (1991), Orso d’argento a Berlino, Il sogno della farfalla (1994). Traspone Il principe di Homburg (1997) di H. von Kleist, il film di Bellocchio senza più Fagioli. Non sbaglia più un film: La balia (1999), da Pirandello, lo splendido doc Addio del passato (2000), il magnifico L’ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003) sul sequestro Moro, ritorna a Bobbio con Sorelle (2006) e Sorelle Mai (2011), arrivano Il regista di matrimoni (2006) e lo splendido Vincere (2009), sul fascismo. Siamo agli ultimi film: Bella addormentata (2012) e questo Sangue del mio sangue (2015), presentato a Venezia. Del 2016 è Fai bei sogni, presentato a Cannes.

Ecco una breve dichiarazione di Bellocchio: «Il film nasce dalla scoperta casuale delle antiche prigioni di Bobbio e mi ha ispirato la storia di Benedetta, una monaca murata viva nella prigione convento di Santa Chiara, a Bobbio. Mi parve che questa storia dissepolta da un passato così remoto meritasse un ritorno al presente dell’Italia di oggi e più precisamente in un’Italia di paese, Bobbio, che la modernità, la globalizzazione hanno ormai cancellato».

 

 

La critica

 

 

Voltarsi indietro, guardarsi alle spalle: tentazione irresistibile, quando si arriva a una certa età. (...) Marco Bellocchio cerca la strada di casa, sceglie un itinerario privato, che porta a Bobbio, dove ha avuto inizio la sua storia personale di cineasta, visto che qui è stato girato I pugni in tasca. Ormai quasi cinquant’anni dividono quel film da questo, anche se le ossessioni del suo cinema rimangono le stesse: l’istituzione familiare e quella religiosa, la natura oppressiva di entrambe, la possibilità dell’individuo di sottrarvisi e di trovare la libertà nei territori dell’immaginario e della bellezza. A ribadire che la posta in gioco è il rapporto fra passato e presente, Sangue del mio sangue è spaccato in due come una mela: prima una vicenda di inquisizione ambientata nel diciassettesimo secolo (...), poi una contemporanea, ambientata negli stessi luoghi: un milionario russo vuole comprare le carceri di Bobbio (...).

Visto che la classe non è acqua, Bellocchio evita le banalità del montaggio parallelo e mette lo spettatore di fronte a due blocchi narrativi ben distinti, sollecitandolo ad individuare i fili che, al di là dell’unità di luogo e del contributo dei medesimi attori, collegano la vicenda passata a quella contemporanea. Nella prima la questione è metafisica: può una ragazza essere indotta al male da una presenza sovrannaturale e demoniaca? L’accanimento dei preti si nutre di elementi primordiali – acqua, fuoco, pietra – ma anche della pavidità del fratello del suo amante suicida, che non ha il coraggio di opporsi alla logica persecutoria della religione. Nella seconda invece – che non a caso rimanda ad un grande testo comico, L’ispettore Generale di Gogol – il dramma religioso si tramuta in farsa, opera buffa: l’individuo osteggiato dalla comunità è un ciarlatano qualunque, i suoi persecutori quattro notabili di provincia che invocano non l’autorità divina, ma l’autorevolezza dei propri privilegi. L’austerità e la severità della religione (rimarcata da un utilizzo esemplare, nell’iconografia dei religiosi e del loro mondo, della pittura di fine cinquecento, El Greco in testa) lasciano qui il posto ad una galleria di figure banali, antiquate ma non antiche, conservatrici per interesse e non per fede. Nell’Italia odierna le contrapposizioni care al regista – di qua l’individuo, di là l’istituzione – paiono quindi sbriciolarsi sotto il peso di una mediocrità imperante e onnicomprensiva, che include vecchi e giovani.

Dai tempi di I pugni in tasca molto è cambiato, ma per Bellocchio la provincia italiana continua ad essere un luogo da incubo. Sangue del mio sangue potrebbe chiudersi qui, nella registrazione di un mondo ormai omologato in basso, così in basso da eludere sin la possibilità di un’eresia fertile. Ma entrambi i blocchi narrativi includono poi una sorta di postilla, dove il regista per l’ennesima volta – complici la bellezza della gioventù e la forza del desiderio – celebra l’utopia di una fuga dalla meschinità del mondo, come già nello splendido finale di Buongiorno notte. Da nessuna parte come nei film di Bellocchio l’immaginazione è al potere, ha l’ultima parola (e inquadratura). Nel suo cinema, per dirla con Nabokov, “gli specchi del possibile prendono il posto dello spioncino della conoscenza”. Di questi tempi, non è poco.

LLeonardo Gandini, cineforum.it, 12 settembre 2015

 

«È la chiave della clausura», dice la giovane Benedetta (Lidiya Liberman), consegnandola di nascosto a Federico (Pier Giorgio Bellocchio). Invita alla luce e alla libertà, la bella suora di Sangue del mio sangue. Siamo nel Seicento. Benedetta è accusata di aver sedotto e portato al suicidio il suo confessore, gemello di Federico. (...) Ora Federico deve scegliere: usare quella chiave per fuggire con lei dal convento, o gettarla nelle acque del Trebbia, accanto a quella gettata dal fratello. È doppiamente doppio, il bel film di Marco Bellocchio. Lo è, doppio, già nel personaggio di Federico, che specchia se stesso e la propria angoscia nel gemello morto. Tutto ciò che a quello è stato dato una volta – la possibilità di sciogliersi dalle catene di un mondo e di una religione che temono la potenza vitale dell’eros –, a lui è dato per una seconda volta, in forma di misteriosa ripetizione. Quasi tornando sui propri passi, Federico deve rispondere alla più cruciale delle domande: essere libero e pagarne il prezzo, o inginocchiarsi di fronte ai padroni delle anime e lucrare i vantaggi della propria servitù volontaria? Immersa nei colori d’una storia barocca e tragica, la prima parte di Sangue del mio sangue è un grande apologo sullo scontro fra luce della vita e buio della morte. Tutto è tenebra attorno a Cacciapuoti e ai suoi accoliti, con i loro santi arnesi di tortura. E tutto è chiaro sul volto di Benedetta. Nel suo sguardo non si riflette la miseria crudele dei persecutori, lasciati senza odio al loro odio. È un radioso invito alla vita, quello che in esso Federico potrebbe leggere, se volesse. Ma ha paura, come già ha avuto paura il gemello morto: una paura ancor più forte della consapevolezza che, in forma di misteriosa ripetizione, in una piccola chiave torna a risuonare una promessa di libertà. Poi, nella seconda parte di Sangue del mio sangue, la storia già doppia si raddoppia. Sono passati quattro secoli. II convento dove Benedetta è stata murata viva è in rovina. Di nascosto lo abita un certo Conte (Roberto Herlitzka), un Dracula con il mal di denti il cui volto s’è intravisto fra gli accoliti dell’inquisitore seicentesco. In città è arrivato Federico Mai (ancora Pier Giorgio Bellocchio), un truffatore che si spaccia per Ispettore della Regione e che tutti getta nel panico, a partire dalla pletora di falsi invalidi. Perse le sue fosche tinte inquisitorie, a Bobbio - Bobbio è il mondo, si dice nel film - la servitù volontaria delle anime s’è trasformata in una adesione beata e beota al paternalismo del Conte, che da decenni governa nell’oscurità accorta di trame illegali. Al barocco ora tengono dietro assurdo e farsa, ma lo sfondo resta tragico. Tutto è vecchio, tutto è non-morto, nella Bobbio metaforica di Bellocchio. A cominciare dal potere vampiresco che dall’antico convento si sparge nelle strade e nei cuori, tutto meriterebbe di finire, di sprofondare nel suo stesso buio. Solo così alla morte si sostituirebbe la vita. Ma non c’è più chiave che apra alla libertà. Perduta sul fondo del Trebbia, della sua promessa non resta memoria. A meno che la strega non tornasse... E infatti, con un balzo indietro, di nuovo nel Seicento, l’antico Federico, ora nei suoi vestiti e nel suo ruolo di cardinale, sta per un’ultima volta fronte al muro che rinchiude Benedetta. Abbattuto, il muro lascia intravedere qualcosa che nessun odio può imprigionare per sempre. Possiamo chiamarlo vita. O luce, la stessa che coglie di sorpresa il Conte, gettandolo a terra, disseccato nello sconcio della sua vecchiaia.

RRoberto Escobar, Il Sole 24 Ore, 13 settembre 2015

 

 

 

 

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Erano sconosciuti e non si conoscevano. Si incontrano nel 1955. Erano scontrosi e ansiosi. Volevano diventare qualcuno: diventarono amici. Erano il fotografo di “Life” Dennis Stock e l’attore esordiente James Dean.

Dean invita Stock all’anteprima di La valle dell’Eden. Stock resta incantato da quel ragazzo miope e bassino e decide di fotografarlo. Foto celebri. Jimmy sotto la pioggia a Times Square e tra le mandrie della fattoria dove viveva.

Il fotografo diventò famoso. Dean morì di lì a poco in quell’incidente fatale. Film tenerissimo.

Durata: 111’.

 

 

 

 

 

Giovedì 6 aprile, ore 21

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