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Scheda del film (180 Kb)
Perfect Day - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 27 ottobre 2016 – Scheda n. 3 (978)

 

 

 

 

 

Perfect Day

 

 

 

 

 

 

Regia: Fernando Leòn de Aranoa

 

Soggetto: tratto dal romanzo Dejarse Llover di Paula Farias. 

Sceneggiatura: Fernando Leòn de Aranoa, Diego Farias. Fotografia: Alex Catalàn.

Montaggio: Nacho Ruìz Capillas. Musica: Arnau Bataller.

 

Interpreti: Benicio Del Toro (Mambrú), Tim Robbins (B),

Olga Kurylenko (Katya), Mélanie Thierry (Sophie),

Fedja Stukan (Damir), Eldar Residovic (Nikola), Sergi López (Goyo).

 

Produzione: Reposado Producciones, MediaPro. Distribuzione: Teodora.

Durata: 105’. Origine: Spagna, 2015.

 

 

Fernando León de Aranoa

 

 

Madrileno (1968), Fernando León de Aranoa si laurea all’Università Complutense e esordisce nel cinema nel 1996 con Familia che ha vince il Premio Goya, gli Oscar spagnoli, per il miglior regista esordiente. Barrio (1999) viene premiato per la miglior regia al festival di San Sebastián. I lunedì al sole (2003) ottiene un importante successo internazionale. Nel 2005 dirige Princesas. Nel 2007 partecipa al documentario collettivo Invisibles con l’episodio Buenas Noches. Amador è del 2010. Arriva infine Perfect Day, presentato al festival di Cannes con grande successo. Sta lavorando a Escobar, con Javier Bardem e Penélope Cruz.

Sentiamo il regista: «Questo film parla di persone che affrontano il difficile compito di mettere ordine al caos. E racconta i loro tentativi quotidiani di fare una guerra nella guerra: quella contro l’irrazionalità, contro lo scoraggiamento, contro il loro stesso enorme desiderio di tornare a casa. Sono operatori umanitari. Come loro, il film usa l’umorismo per creare una distanza: i commenti più arguti, i passaggi da commedia più crudi e feroci, nonché i più disperati, spesso emergono nel bel mezzo della tragedia. Perché non c’è posto sulla Terra dove ciò sia più necessario. In Perfect Day possiamo assistere alla routine di coloro che lavorano in un posto dove niente è routine, possiamo vedere i loro punti di forza e le loro debolezze, le decisioni giuste e le avversità di ogni tipo. Senza perdere mai di vista che salvare delle vite non è qualcosa di eroico in sé. L’eroismo viene dal fatto stesso di provarci. Perfect Day si svolge in un’area montuosa, una specie di microcosmo in cui ritroviamo tutti i protagonisti di una guerra: soldati, civili, caschi blu, giornalisti… e naturalmente gli operatori umanitari, impegnati in questo caso a rimuovere un cadavere da un pozzo, forma primitiva ma efficace di guerra batteriologica. È un problema in apparenza semplice da risolvere, ma la prima vittima di un conflitto armato è il buon senso: è per questo che vediamo le loro macchine sfrecciare avanti e indietro lungo le strade di montagna, come in un labirinto, cercando una via d’uscita che forse neanche esiste. Un labirinto aperto e luminoso, sotto il cielo dei Balcani: la sua vastità lo rende ancora più claustrofobico. L’immagine dall’alto dei due SUV che vagano tra le montagne come cavie l’ho avuta in testa fin da quando ho iniziato a scrivere il copione».

 

 

La critica

 

 

In un festival, anche in quello di Cannes, non si incontrano facilmente film come questo che non ha le caratteristiche di un film da festival. Non è un film d’autore. Non lo vuole neanche essere. Il regista madrileno ha vinto premi solo in casa, in Spagna. Non è conosciuto fuori dal suo paese. Il film va controsenso e controcorrente. Rispetto al senso unico e obbligato dei film di guerra, questo film prende un’altra direzione. Nel film c’è il dolore insanabile per gli orrori della guerra: ma c’è anche una sfrenata, sì sfrenata, volontà di ridere della stupidità umana che, anche in guerra, soprattutto in guerra, si dispiega con tutta la sua incredibile, invincibile e mortifera potenza. Guerra di Bosnia, ormai quasi alla fine, c’è una tregua vicina. Due jeep di una organizzazione non governativa, Aid across Borders, procedono insieme in un territorio montagnoso, quasi desertico. Una è guidata da Mambrù, Benicio Del Toro, l’altra da B, solo una B per nome (Tim Robbins). Tutti e due corpulenti e sfacciati, il primo donnaiolo portoricano, il secondo americano battutista professionista, tutti e due che di guerre devono averne viste troppe, tutti e due che conoscono benissimo la stupidità di chi le guerre le fa per ammazzare, tutti e due che sanno bene quanto sia complicato e spesso vano l’intervento di chi in guerra cerca di limitare i disastri di chi le guerre le fa per ammazzare. Tutti e due che, per resistere dentro le guerre e per cercare di aiutare almeno in qualcosa – fosse solo trovare un pallone – chi vive in mezzo alla guerra e ne subisce le conseguenze, hanno sviluppato un carapace robustissimo fatto di battutacce, risate, dialoghi sfrontati, sfacciati, sguaiati. Ultima risorsa, la risata, di chi vede morire la gente come mosche. Con i coprotagonisti ci sono due donne e un interprete. Una delle donne è francese (Mélanie Thierry), alle prime esperienze sul campo: vedrà il suo cadavere n. 1. L’altra, tutta formale, russa (Olga Kurylenko), è appena uscita da un qualche ufficio, è stata spedita lì per fare un rapporto sulle attività dell’organizzazione non governativa e ha già avuto un affaire con Mambrù. L’interprete, Damir, traduce e ogni tanto non traduce perché non ce la fa per il dolore e l’emozione. Lo humour diventa, in mezzo al sangue e alla morte, l’unico antidoto utilizzabile. Una via d’uscita catartica. È umoristica la storia della corda da trovare per tirar fuori il corpulento cadavere di un uomo buttato in un pozzo per impestarlo. È ironico il titolo, perché la giornata non sarà per niente perfetta: la guerra non prevede giornate perfette. È sconcertante ma preciso il ribaltamento che Mambrù fa delle due lettere, NU, scritte a caratteri cubitali sui veicoli e i blindati. UN: United Nothing.

BBruno Fornara, su facebook dal festival di Cannes 2015

 

Raccontare la guerra in commedia è operazione a volte discutibile: il rischio è quello di perdere la misura e scivolare verso la farsa - o peggio - così da perdere ogni rispetto per il dolore e i drammi. Non è solo questione di ‘far ridere’ ma soprattutto di ‘come’ ottenere quello scopo, senza diventare offensivi o irrispettosi. Due confini che Perfect Day dello spagnolo Fernando León de Aranoa non supera mai, guidato da un eccellente senso della misura ma anche da una inesauribile dose di ironia. Sono quelle che dimostrano un gruppo di cooperanti nella Bosnia del 1995: la guerra sta finendo, con tutte le ambiguità e le confusioni del caso, e Mambrù (Benicio Del Toro), B (Tim Robbins), Sophie (Melanie Thierry), con l’aiuto dell’interprete Damir (Fedja Stukan), si trovano a dover estrarre da un pozzo – l’unico non minato in un raggio di diversi chilometri - il corpo di un uomo morto. Lavoro non difficilissimo, se solo avessero a disposizione una corda robusta e abbastanza lunga da scendere fino in fondo per legare il cadavere e tirarlo in superficie. Ma siamo appunto in Bosnia e niente è come sembra. Ispirato al romanzo Dejarse Llover di Paula Farias (sceneggiato dal regista e da Diego Farias), il film parte da questo problema all’apparenza semplicissimo - recuperare una corda - per guidare lo spettatore in un mondo dove niente sembra come appare. Perché il proprietario dell’unico emporio della zona sostiene di non avere corde quando sul bancone ce ne sono molti rotoli in bella mostra? Forse perché l’interprete ha avuto l’inavvedutezza di dire che servirebbe per estrarre un cadavere da un pozzo (e magari sono stati proprio gli abitanti di quel villaggetto a uccidere l’uomo e gettarlo dove ora si trova). O forse perché - come B si sente rispondere - quella corda ‘serve solo per le impiccagioni’? Spesso giocato sulle assurdità di una situazione ancora più assurda (dove però in gioco può esserci la vita, come dimostrano le pistole che anche i bambini che giocano a pallone estraggono dalle tasche), il film evita qualsiasi manicheismo, dimostrando come anche i militari delle Nazioni Unite rispondono alla stessa logica illogica, gli uni in nome del nazionalismo e dell’odio etnico, gli altri in nome dei regolamenti e della burocrazia che regna sovrana (impagabile la giustificazione al disimpegno che nasce dalla differenza tra conflitto nazionale e internazionale e che permette al comandante della zona di lavarsi le mani a proposito del pozzo inquinato). Costruito con una ricchezza di mezzi adeguata al cast internazionale (in una piccola parte c’è anche Sergi Lopez), il film ‘devia’ ogni tanto dalla linea principale per seguire la storia del piccolo Nikola (Eldar Residovic) che si aggrega al gruppo con la promessa di far trovare loro la tanto agognata corda o quella della bella Katya (Olga Kurylenko), esperta di ‘valutazione e analisi dei conflitti’ che non ha perdonato a Mambrù una relazione finita male. Il primo sarà l’occasione per ricordare allo spettatore la crudeltà di una guerra dove il nemico poteva anche nascondersi nel vicino di casa, la seconda per una ‘pausa sentimentale’ che aiuterà a riflettere sulla solitudine degli uomini (e delle donne) e sui rischi di un lavoro dove sentimenti e passioni finiscono per essere anestetizzati dalla tragicità del reale. Senza però perdere mai di vista la forza eversiva dell’ironia e, quando è possibile, del sorriso. Si ritrova la stessa atmosfera cameratesca e lo stesso spirito dissacrante che avevano fatto il successo del suo precedente “I lunedì al sole”: León de Aranoa è particolarmente abile nel raccontare lo spirito di gruppo, le tensioni che lo attraversano, le furbizie e le ingenuità di chi cerca di fare i conti con una realtà più grande di lui e soprattutto sa restituire le differenze e le specificità di ognuno dei personaggi che mette sotto l’obiettivo della macchina da presa. E che in Perfect Day ci raccontano soprattutto la fatica di compiere il proprio dovere senza preoccuparsi troppo degli ostacoli ma anche ricordando che nessuno è davvero indispensabile. Come dimostra, con un ultimo sberleffo, la scena finale.

PPaolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 7 dicembre 2015

 

 

 

 

 

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di Charlie Kaufman e Duke Johnson

 

 

Un perfetto esempio di film d’animazione “umana”, con pupazzi di 30 cm che sono come noi (o quasi), ‘sentono’ come noi (o quasi)...

Regia in coppia del geniale Charlie Kaufman e dell’animatore Duke Johnson.

Un conferenziere di successo, in un hotel, trova una (quasi) anima gemella. Ci dimentichiamo che sono pupazzi: il film gli rovista nel cuore. Sulla faccia, maschere tutte uguali. Vite idem: tutte uguali. Voci: uguali. Solo Lisa non è uguale: ha una voce vera.

Durata: 90’.

 

 

Giovedì 3 novembre, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

 

 

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