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Scheda del film (183 Kb)
Love and Mercy - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 13 ottobre 2016 – Scheda n. 1 (976)

 

 

 

Love and Mercy

 

 

Regia: Bill Pohlad

 

Sceneggiatura: Oren Moverman, Michael Alan Lerner. Fotografia: Robert D. Yeoman.

Montaggio: Dino Jonsäter. Musica: Atticus Ross, Brian Wilson.

 

Interpreti: John Cusack (Brian Wilson), Paul Dano (Brian Wilson giovane),

Elizabeth Banks (Melinda Ledbetter), Paul Giamatti (Dott. Eugene Landy),

Jake Abel (Mike Love).

 

Produzione: River Road Entertainment. Distribuzione: Adler Entertainment.

Durata: 120’. Origine: Usa, 2014.

 

 

 

 

Bill Pohlad

 

 

Niente data di nascita di Bill Pohlad in rete e poche altre notizie. È figlio del multimiliardario Carl Pohlad, proprietario della squadra di football dei Minnesota Twins. Bill Pohlad ha esordito come regista con il doc Old Explorers (1990). Diventato produttore per la sua River Road Entertainment, ha costruito I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, Radio America di Robert Altman, Into the Wild - Nelle terre selvagge di Sean Penn, The Tree of Life e Voyage of Time di Terrence Malick, 12 anni schiavo di Steve McQueen. Con Love and Mercy, un bel film sui Beach Boys, è tornato alla regia nel 2014.

 

 

La critica

 

 

Agli appassionati di musica rock/pop non sfuggirà che il titolo, Love and Mercy, è lo stesso della canzone con cui, nel 1988, Brian Wilson apriva il suo primo album da solista. Chi dei Beach Boys ricorda solo l’aspetto ‘fun’, invece (spiagge californiane, surf e ragazze in bikini), avrà l’occasione di scoprire nel film di Bill Pohlad la biografia di un grande musicista, più geniale e innovativo – secondo molti – di Phil Spector e Elvis Presley. Se a Wilson fu diagnosticata una forma di schizofrenia paranoide (poi rientrata, dopo la guarigione dell’artista da una forte forma depressiva), anche il film è, a suo modo, ‘schizoide’. Nel ( doppio) senso che va avanti e indietro tra i ‘sixties’ e gli ‘eighties’ e che il protagonista è interpretato da due attori diversi: Paul Dano per il Brian giovane, John Cusack per quello più maturo. La biografia inizia alla metà degli anni Sessanta, quando Wilson, già frontman del gruppo, rinuncia al palcoscenico per concentrarsi esclusivamente sulla composizione delle canzoni, il cui momento fondamentale è il lavoro negli studi di registrazione. Già in quegli anni si manifestano i disturbi della personalità di Wilson, che il film attribuisce a un padre sadico e manesco, nonché manager del gruppo deciso a sfruttare la gallina dalle uova d’oro. Dopo vent’anni, e una crisi che lo ha inchiodato a letto per un triennio, Brian è in cura dallo psichiatra Gene Landy (un inquietante Paul Giamatti), che lo manipola come un padrepadrone non meno tirannico di quello biologico. Per caso, nel negozio di un rivenditore d’auto, l’uomo torturato incontra la dolce Melinda (una Elizabeth Banks sorprendente, a contro-ruolo col suo solito repertorio da commedia), della quale s’innamorerà, ricambiato, e che riuscirà nel difficile compito di emanciparlo dalla dipendenza e dalla sfiducia in se stesso. Non c’è che dire: il biopic musicale, sotto-filone del sempreverde filone del film biografico, è vivo e sta bene. Dopo l’ottimo Amy, il documentario su Amy Winehouse, e in attesa del biopic annunciato su Freddie Mercury, esce questo bel film che - pur senza possedere la libertà creativa di Io non sono qui di Todd Haynes - non si limita affatto ad allineare gli eventi in modo piatto e sequenziale, ma crea una struttura narrativa efficace e appassionante. Magari è forzata in senso ideologico la tesi, qui centrale, secondo cui le più belle e struggenti canzoni di Wilson non sarebbero mai nate senza la malattia mentale dell’autore. Però un autentico e originale merito del film è quello di mostrare il processo creativo della composizione e dell’orchestrazione (Pohlad è con ogni evidenza un appassionato di musica) di un brano musicale: si veda, in particolare, la sequenza della registrazione di Good Vibrations. Da aggiungere che anche le sequenze non musicali sono spesso scritte in stato di grazia, come quella tra Brian e Melinda che conclude il film. Quanto alla ‘schizofrenica’ interpretazione del protagonista, se John Cusack è commovente nella sua fragilità di adulto smarrito e spaventato, Paul Dano offre una performance empatica e vibrante di alta classe, confermando le doti che aveva rivelato, una decina d’anni fa, in Little Miss Sunshine e nel Petroliere.

RRoberto Nepoti, La Repubblica – 31 marzo 2016

 

Durante i primi anni Sessanta cavalcarono l’onda del successo con una musica che parlava di sole e mare, divertimento e spensieratezza. Erano i Beach Boys, cantori di spumeggianti estati senza fine spese tra il surf e la sabbia. Partirono dalla luminosa California e arrivarono in tutto il mondo battendo numerosi record e diventando icona giovanile della loro generazione. Non tutti sanno però che dopo sei anni di trionfi il cantante, compositore e cofondatore del celebre gruppo pop, il visionario Brian Wilson, smise di prendere parte ai tour con i fratelli e il cugino, si chiuse in uno studio di registrazione per sperimentare nuovi ritmi e sonorità e sprofondò in un gravissimo disagio mentale dal quale riemerse solo molti anni dopo, quando Melinda Ledbetter, la donna divenuta sua moglie nel 1995, strappò quell’anima gentile e disperata a una vita miserabile e forse anche a una morte prematura. Proprio il lato oscuro e meno noto di una storia costellata di successi è al centro del film di Bill Pohlad, Love and Mercy, oggi nelle nostre sale che, lontano dagli schemi dei classici ‘biopic’, ricostruisce la caduta e la rinascita di una figura leggendaria e fragilissima, osservata in due momenti chiave della sua vita: nella seconda metà degli anni Sessanta, quando durante la registrazione del rivoluzionario album Pet Sounds, uno dei più influenti nella storia della musica pop per la complessità delle armonie, la malattia mentale cominciò a farsi largo attraverso misteriose voci nella sua mente, e negli anni Ottanta, quando Wilson, ufficialmente affetto da schizofrenia paranoide, era sottomesso alla schiavitù legale, psicologica e farmacologica del terapista Eugene Landy, abusivo e manipolatorio, che aveva sostituito nella vita dell’artista la dispotica e violenta figura paterna. L’incontro con Melinda in una concessionaria di automobili, dove la donna, una ex modella, lavorava (nel film è incarnata da Elizabeth Banks), segnò l’inizio della terza vita di Wilson, che due anni fa, sul palco del Festival di Berlino dove il film è stato presentato, è tornato a raccogliere applausi e standing ovation. (...) Lo spettatore assisterà dunque a un vibrante e profondo viaggio intimo, quello dalle tenebre alla luce, avanti e indietro nel tempo, in una ritmica alternanza di due periodi storici, gli anni Sessanta e gli Ottanta, tra le tessere di un complesso mosaico che poco a poco si ricomporrà sotto i nostri occhi. Ma saremo testimoni anche del percorso artistico del protagonista che si snoda nel panorama musicale di quegli anni e nel vivace contesto sociale che lo produsse. Come il titolo stesso suggerisce, Love and Mercy è un appassionato inno all’amore capace di guarire molte ferite, anche quelle invisibili. Al riparo dal cliché della pop star celebre e maledetta dal successo, dall’abusato binomio genio e sregolatezza, il film, realizzato in collaborazione con lo stesso Wilson e sua moglie Melinda, offre un ritratto umano assai più ambizioso, articolato e dolente da quello che ci si aspetterebbe da un film sui Beach Boys. Il Brian Wilson che incontriamo infatti è un uomo tormentato da un disagio psichico che non gli lascia tregua, ma anche un geniale musicista alla costante ricerca di nuove sonorità nelle quali far confluire una creatività che non fosse solo al servizio di un successo commerciale.

AAlessandra De Luca, Avvenire – 31 marzo 2016

 

 

 

 

 

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di Denis Villeneuve

 

 

Frontiera Stati Uniti - Messico. La città di Ciudad Juarez. I narcos. L’FBI. Il regista emergente canadese Denis Villeneuve che ha presentato alla recente Mostra di Venezia Arrival, bel film di fantascienza aliena e umana. Intreccio criminale ad alta tensione. Presentato a Cannes 2016.

Connessioni politiche, finanziarie e poliziesche. Un’eroina triste, Emily Blunt nel ruolo di un agente federale dell’FBI. Il roccioso Josh Brolin. Il mellifluo Benicio Del Toro. Personaggi vigorosi, illusi, dubbiosi, compromessi... E la convinzione che il Male è pur sempre potente.

Durata: 121’.

 

Giovedì 20 ottobre, ore 21

Cinema Sociale - Omegna

 

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