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Scheda del film (181 Kb)
Storie pazzesche - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 17 dicembre 2015 – Scheda n. 11 (959)

 

 

 

 

 

Storie pazzesche

 

 

 

Titolo originale: Relatos salvajes

 

Regia e sceneggiatura: Damián Szifrón

 

Fotografia: Javier Julía. Musica: Gustavo Santaollata.

Scenografia: Clara Notari. Costumi: Ruth Fischerman. Suono: José Luis Díaz.

 

Interpreti: Ricardo Darín (l’ingegnere), Oscar Martinez (il miliardario),

Leonardo Sbaraglia (un incidentato), Érica Rivas (la sposa),

Rita Cortese (la cuoca), Julieta Zylberberg (la cameriera),

Darío Grandinetti (un passeggero dell’aereo).

 

Produzione: Pedro Almodóvar, Kramer & Sigman Films, El Deseo.

Distribuzione: Lucky Red. Durata: 122’. Origine: Argentina.

 

 

Damián Szifrón

 

 

Nelle ultime stagioni, le cinematografie dell’America Latina, dal Messico fino al Cile e all’Argentina, si sono fatte valere in ogni festival del cinema. Nuovi registi si sono fatti avanti, insieme ai registi già ben conosciuti. Damián Szifrón è un nome nuovo. Nato nel 1965 a Ramos Mejia, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina, Szifrón ha studiato e si è laureato in cinema a Buenos Aires. Ha cominciato in tv dirigendo una serie di grande successo popolare, Los simuladores. Nel 2003, ha girato il suo primo film di lungometraggio, El fondo del mar, presentato al Festival Internazionale del Cinema di Mar del Plata, una commedia nera che ha vinto numerosi premi nei festival in giro per il mondo. Nel 2005 ha scritto e diretto la commedia a sfondo poliziesco Tiempo de valientes, anch’essa un successo di pubblico e di critica. Dopo la realizzazione (2006) della serie tv Hermanos & Detectives, ha fondato Big Bang, una casa di produzione, e ha diretto questo Storie pazzesche. Szifrón ha adesso in programma di girare una dolce storia d’amore (La pareja perfecta), una trilogia di fantascienza (El extranjero) e un western in lingua inglese (Little Bee).

Ecco qualche sua dichiarazione: «Le ineguaglianze, l’ingiustizia e le pressioni del mondo in cui viviamo generano stress e depressione in molte persone. Alcune, però, esplodono. Questo film parla di loro. Vulnerabili di fronte a una realtà che cambia continuamente che all’improvviso può diventare imprevedibile, i protagonisti di Storie pazzesche oltrepassano il sottile confine tra civiltà e barbarie. Il tradimento di un marito, il ritorno a un passato sepolto e la violenza che si insinua negli incontri di tutti i giorni, portano alla follia i personaggi del film, che si abbandonano al piacere della perdita del controllo...

Le storie di questo film sono frutto dell’immaginazione più sfrenata. Mentre lavoravo ad altri progetti – spesso scoraggiato dal fatto che sembravano impossibili da realizzare – ho cominciato a scrivere una serie di racconti per dare libero sfogo alle mie frustrazioni. Quando li ho raccolti in un volume, mi sono reso conto che erano legati da alcuni temi comuni: parlavano tutti di catarsi, vendetta e distruzione. E dell’innegabile piacere di lasciarsi andare a qualsiasi gesto. Spesso penso alla società capitalista occidentale come a una specie di gabbia trasparente che ci rende insensibili e distorce i nostri rapporti con gli altri. Questo film racconta le storie di alcuni individui che vivono dentro questa gabbia senza esserne consapevoli. E quando arrivano al punto di rottura, anziché reprimersi – o deprimersi – come facciamo quasi tutti, partono in quarta senza riuscire più a fermarsi. Questo progetto involontario si è concretizzato così rapidamente che è balzato in cima alla lista delle mie priorità, e ha trovato la strada giusta per entrare in produzione. Raccontare storie diverse è stata un’esperienza liberatoria per me, perché mi ha fatto riscoprire il mio amore per la lettura. Me lo ricordo come fosse ieri, il giorno in cui nella biblioteca di famiglia ho scoperto una serie di antologie che hanno subito attirato la mia attenzione: I racconti dei maestri del crimine, I racconti dei maestri del mistero, I racconti dei maestri del terrore. Più tardi sarebbero venuti Storie incredibili, la serie tv prodotta da Steven Spielberg, New York Stories, il film a episodi, diretto da Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Woody Allen, e Nove storie di J.D. Salinger. Tutte queste opere hanno lasciato un segno profondo nella mia coscienza, alimentando la mia passione per la sperimentazione e per la libertà creativa...

Vedo film fin dalla mia prima infanzia, grazie a mio padre; la prima immagine che ricordo in assoluto è quella di Superman. Il cinema mi piace molto da sempre con una predilezione per quello di genere. Per me registrare la realtà non ha semplicemente a che fare con il realismo, ma con quello che pensiamo sia lo stesso realismo. Registrare significa catturare quello che pensiamo di vedere...

Le storie che avevo scritto per il film inizialmente erano molte di più, erano circa 12: alla fine ne ho scelte sei in base alla combinazione che avevano, ed erano le più selvagge. Con queste volevo creare un mondo, basato sugli eventi che osservo ogni giorno. Mi interessa l’influenza del contesto, la società che ci chiede di produrre e di diventare allo stesso tempo consumatori e tutta l’enorme pressione che ne consegue, ma se qualcuno mi chiede se ci sono relazioni dirette con la situazione attuale dell’Argentina, direi che non è necessariamente cosi. Sono un regista, sono abbastanza fortunato perché posso esprimermi con i mezzi del cinema buttando fuori quello che mi provoca ansia. Altre persone non hanno questa opportunità, molti hanno un lavoro difficile e devono confrontarsi con situazioni pesantissime ogni giorno. Ci sono molte vittime in questo sistema. L’uomo è amore ma anche perversione; se qualcuno ti supera ad altissima velocità in modo tracotante sulla strada, potresti avere il desiderio di ucciderlo: ecco, il film ti consente di fare questo. Non è quindi un ritratto realistico, ma spinge al massimo le sensazioni e le reazioni che questa società può provocare».

 

 

La critica

 

 

Cosa succede quando i freni inibitori si allentano e Freud si dà per vinto? Sono Storie pazzesche prodotte da Almodóvar e dirette dall’argentino Damián Szifrón che sceglie sei fattacci di disagio psico sociale dall’humour freddo al trucido tarantiniano, per coprire l’arco costituzionale del «piacere» liberatorio di perdere il controllo. Racconti neri dove il grottesco regna sovrano e ci restituisce tutti alla vendetta barbara nascosta dalla glassa delle sovrastrutture e dal buonismo. Episodi che condividono, oltre a stress e depressione, un mezzo di locomozione, cioè l’auto, fonte primaria di patologie urbane. Il film parte con l’irresistibile epifania di un gruppo di passeggeri in aereo, prosegue con una vendetta gastronomica all’orientale e finisce nella festa di nozze con torta di panna e sangue. È il trionfo dell’inverosimile credibile con l’affiatamento di attori espertissimi in urla, isteria e affini: riconosciamo il grande Ricardo Darín, ma sono tutti perfetti, di scuola almodovariana ma zero sesso. La bravura del regista sta nel mixare il curioso, il tragico e il divertente per eccesso-difetto: tutto ciò che è reale è irrazionale, altro che Hegel. Così, sotto l’albero, queste sei candeline di vendetta (anche se prive di vero cinismo) risplendono con un loro inedito, originale sarcasmo, spacchettando il vendicativo inconscio dalla carta argentata.

MMaurizio Porro, Corriere della Sera, 11 dicembre 2014

 

Fino a che punto siamo disposti ad arrivare per vendicarci di un torto subito? E se, vittime di un sopruso, di un’umiliazione, di un tradimento, permettessimo alle nostre pulsioni violente di prendere il sopravvento? Sono queste domande il filo rosso che lega i diversi episodi di Storie pazzesche, terzo lungometraggio dell’argentino Damián Szifrón coprodotto dalla società spagnola Deseo di Pedro Almodovar. II rimando più pertinente è lontano nel tempo: le commedie italiane a sketch come I nuovi mostri, compilazione di storie scellerate con Sordi, Gassman, Tognazzi e Muti all’epoca (il 1977) colpita dalla censura, che vietò alcuni dei suoi quattordici episodi. Qui i segmenti sono soltanto sei; benché Szifrón sia abituato a sceneggiare per la televisione argentina, tuttavia, non si tratta di una semplice somma di cortometraggi, ma di un insieme organizzato, e in più sensi. In senso tematico, per cominciare: tutti gli episodi riguardano la tenue frontiera tra civiltà e barbarie, i disagi del ‘progresso’ e le stressanti vite quotidiane del mondo moderno, il sadismo represso e il piacere liberatorio di perdere il controllo, l’individualismo esasperato. Oltre, in qualche caso, le disuguaglianze sociali e la corruzione generalizzata. Più che alla denuncia, però, Szifrón sembra interessato ad additarci l’insopprimibile meschineria dell’essere umano; e in questo si rilevano le più evidenti somiglianze con la grande commedia all’italiana. (...)

Situazioni in cui, nell’una o nell’altra, molti spettatori potranno riconoscersi; però spinte fino a esiti che ricordano il cinema di Quentin Tarantino; o, a scelta, i più sadici cartoon Warner Bros. Oltre all’unità tematica - la vendetta è un piatto da servire caldo – c’è poi un’unità di stile. E non solo nello humour nero, cinico, crudele; ma anche nella capacità di Szifrón, co-montatore del film, di coordinare i vari episodi imprimendovi un ritmo (cui contribuiscono in modo decisivo le musiche di Gustavo Santaolalla) capace di farne un tutto omogeneo malgrado le diverse durate e i toni alterni di dramma, thriller, commedia adottati volta a volta. In generale, però, l’unitarietà risiede in aneddoti tragici che scatenano gli spiriti animali dei personaggi, però travestiti di comicità. Anche se (ma qui non tutti saranno d’accordo) il cineasta avrebbe potuto mostrarsi anche più coraggioso, spingendo alcune situazioni al limite estremo. Ultima nota di unità in un film composto di episodi, l’ottimo gioco di squadra realizzato, pur in segmenti indipendenti tra loro, dal meglio degli attori argentini.

RRoberto Nepoti, La Repubblica, 11 dicembre 2014

 

 

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