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Scheda del film (182 Kb)
Gemma Bovery - Scheda del film

 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE  S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 8 ottobre 2015 – Scheda n. 1 (949)

 

 

 

 

 

Gemma Bovery

 

 

 

Regia: Anne Fontaine

 

Soggetto: dalla graphic novel omonima di Posy Simmonds.

Sceneggiatura: Pascal Bonitzer, Anne Fontaine. Fotografia: Christophe Beaucarne. Montaggio: Annette Dutertre. Musica: Bruno Coulais.

 

Interpreti: Fabrice Luchini (Martin Joubert), Gemma Arterton (Gemma Bovery),

Jason Flemyng (Charlie Bovery), Isabelle Candelier (Valérie Joubert),

Niels Schneider (Hervé de Bressigny), Mel Rado (Patrick),

Elsa Zylberstein (Wizzy).

 

Produzione: Albertine Productions, Ciné@, Gaumont. Distribuzione: Officine Ubu.

Durata: 99’. Origine: Francia, 2014.

 

 

Anne Fontaine

 

 

Anne Fontaine, pseudonimo di Anne Sibertin-Blanc, è nata in Lussemburgo (1959), ha una formazione da ballerina, ha debuttato al cinema come attrice, ha fatto la regista teatrale, poi con il primo film da regista, Les histoires d’amour finissent mal... en général (1993), ha vinto il premio Jean Vigo. Dopo alcuni corti e mediometraggi, gira la commedia noir Dry Cleaning (1997), quindi un dramma familiare, Comment j’ai tué mon père (2001). Torna a indagare le relazioni di coppia nel 2003 con Nathalie. Nel 2005 cambia genere con il thriller intimo Entre ses mains. Dopo Nouvelle chance (2006), La fille de Monaco (2008) e il ritratto di Coco Chanel Coco avant Chanel (2008), arrivano la commedia Il mio migliore incubo! (2012) e il dramma Two Mothers (2013), storia di due amiche che si innamorano ciascuna del figlio dell’altra. Questo Gemma Bovery, presentato al festival di Toronto, è il suo film più recente.

Sentiamo Anne Fontaine: «Conoscevo Posy Simmonds, l’autrice della graphic novel da cui ho tratto il film, per via di Tamara Drewe - Tradimenti all’inglese [un’altra graphic novel della Simmonds, dalla quale Stephen Frears ha tratto l’omonimo film presentato al cineforum, ndr], e il solo fatto che il libro fosse intitolato Gemma Bovery mi intrigava molto: il gioco di parole su un archetipo letterario femminile mi sembrava promettente e divertente. Quando ho letto la graphic novel, i personaggi mi hanno intrigata e toccata nel profondo: ho percepito chiaramente il loro potenziale comico e la loro profondità umana, e sono stata sedotta dal tono dell’autrice, tra commedia feroce e formidabile ironia. Sono rimasta anche colpita dal curioso incontro tra un panettiere e quella giovane e moderna inglese che cambia la vita del protagonista nel momento in cui lo stesso pensava che la sua libido fosse sotto controllo e si considerava in “pensione” dal punto di vista sessuale ed emotivo! Ed eccolo perdere il controllo riguardo alla correlazione tra un personaggio immaginario,

Emma Bovary, e la reale Gemma Bovery. Questo lato feticista mi è parso molto intrigante per una sceneggiatura...

Quello che mi ha colpito del tono narrativo di Posy Simmonds è il senso dell’umorismo: il panettiere depresso ha un che di Woody Allen francese; la fantasia e la sua stravaganza suscitano del divertimento. Mi sono poi resa conto che il senso dell’umorismo della Simmonds era intriso di tristezza quando faceva parlare un personaggio: per me, questi due aspetti sono inscindibili. Il personaggio di Joubert vive indirettamente un amore in crescendo per una ragazza di un’impetuosa sensualità, ma che non lo vede come un uomo desiderabile, ma solo come un panettiere…

Sono stata molto fortunata ad avere un interprete come Fabrice Luchini, perché solo lui avrebbe potuto far passare questa ossessione per il romanzo Madame Bovary per qualcosa di totalmente naturale. Il processo di incarnazione del protagonista, e anche la sua follia, si concretizza nel momento in cui pronuncia, nella sua maniera inconfondibile, “Gemma Bovery”. Il fatto che si trattasse di un personaggio che osserva la vita degli altri da una finestra è molto importante, perché lo mette nella condizione di essere uno spettatore che vive una storia dall’esterno. Un personaggio con le stesse funzioni di un regista e, quindi, molto simile a me. Volevo renderlo bello, volevo che si notassero i suoi occhi verdi penetranti e luminosi. Dal momento che interpreta un personaggio che sembra avere una vita sessuale piuttosto  vaga, ho pensato che sarebbe stato interessante dotarlo di un certo carisma fisico. Il fatto che oggi abbia un aspetto più maturo ha giocato a nostro favore: il passare del tempo ha reso il suo viso più intenso e sobrio».

 

 

La critica

 

 

Una considerazione preliminare: l’ultima fatica di Anne Fontaine si intitola Gemma Bovery. Ma è il personaggio di Martin Joubert il motore del racconto. È lui a giocare, nel film, il ruolo centrale di narratore e voyeur e deus ex machina dei destini altrui. Suo è lo sguardo – non innocente, certo, né di stretta imparzialità – attraverso cui passano gli eventi che ci vengono mostrati.

Anne Fontaine: «Nel libro di Posy Simmonds, il narratore, Joubert, interviene piuttosto indirettamente nella storia, mentre nel film gli ho dato una parte più importante e più spazio di manovra. […] Volevamo che il panettiere vivesse la storia in primo piano, e che tutto l’intrigo si svolgesse attraverso il suo sguardo. […] Ho pensato il film attraverso gli occhi di Luchini». La regia tenderà allora a enfatizzare la presenza di questo sguardo narrante attraverso una serie di procedure “stranianti”: lo sguardo in macchina che Martin rivolge direttamente a noi spettatori già in una delle prime sequenze della pellicola; la scena in cui Joubert ci confida di sentirsi proprio come «un regista che ha appena esclamato: Azione!» (e in controcampo Gemma e Hervé si accingono a ripetere, battuta per battuta, il dialogo che lui ha immaginato per loro); le proiezioni oniriche del protagonista (la scena del ballo; quella della cattedrale di Rouen); l’attitudine del personaggio principale al monologo interiore; i discorsi che egli rivolge in continuazione al proprio cane, l’unico che sembra prestare attenzione alle sue parole.

Martin è il classico antieroe borghese, il tipico uomo di mezza età che conduce un’esistenza placida e incolore. Anni addietro egli aveva deciso di fuggire dalla frenesia parigina per rintanarsi in provincia, in uno sperduto villaggio della campagna normanna dove si era illuso di trovare quiete e serenità: vi aveva trovato invece indolenza e noia accanto a una moglie non più giovanissima e di desolante buon senso (verso la quale, lo si intuisce, egli non prova più alcun trasporto sessuale ed emotivo) e un figlio adolescente di irrimediabile ignoranza (come un po’ tutti gli adolescenti della sua generazione, anche quelli francesi). Ma Martin possiede una fantasia senza freni, che alimenta attraverso la lettura dei grandi classici, di Flaubert in particolare. E proprio come i personaggi di Flaubert, egli coltiva l’immaginazione, il sogno, l’illusione romanzesca come strumenti compensativi al torpore in cui si è adagiata la sua esistenza. L’arrivo in paese della bellissima Gemma, scuotendo la neghittosa e ingrugnita accidia dell’uomo, darà fuoco alla sua propensione alla fantasia meloromantica. Ci sono momenti, si sa, in cui la vita decide di imitare l’arte. E così Martin, convinto di trovarsi di fronte alla materializzazione del proprio fantasma letterario prediletto, quello di madame Bovary, innescherà un gioco sottile di possibili richiami, connessioni e rimandi speculari tra il mondo della finzione letteraria e quello della realtà. Intervenendo sulla vita autentica di Gemma Bovery, una giovane donna sposata e insoddisfatta che è venuta ad abitare proprio di fronte a lui (il marito, ovviamente, si chiama Charlie; lei, che mal sopporta le bassure del proprio ménage coniugale, non tarderà a intrecciare una relazione adulterina con un giovane castellano dei dintorni…), Joubert decide di far rivivere la vicenda di Emma Bovary, ma di impedire in ogni caso che la stessa abbia l’esito tragico del romanzo («Niente veleno!».)

NNicola Rossello, Cineforum, n. 542, marzo 2015

 

 

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Anime nere

 

di Francesco Munzi

 
   

Premiatissimo da noi con ben nove David di Donatello. Venduto in tutto il mondo. Anime nere lancia nel panorama internazionale il regista Francesco Munzi.

La rotta della droga: dal Sudamerica all’Olanda, a Milano, alla Calabria della ’ndrangheta, ad Africo, in Aspromonte. Questioni di famiglia e di “famiglie”. Provocazioni, spari, vendette, tre fratelli, la faida.

Una specie di tragedia greca di  oggi. Un film potente. Tra i migliori del recente cinema italiano.

Durata: 103’.

 

 

Giovedì 15 ottobre

 

 

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