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La pellicola del film

Le catene della colpa

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Uno, due, tre!

(Billy Wilder  - USA, 1961)

 

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Trailer del film
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Uno, due, tre! - Scheda del film

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Giovedì 23 aprile 2009 – Scheda n. 26 (784)

 

 

Uno, due, tre!

 

Regia: Billy Wilder

 

Titolo originale: One, Two, Three

 

Sceneggiatura: Billy Wilder, I. A. L. Diamond, dalla commedia Egy, Ketto, Harom di Ferenc Molnar.

Fotografia: Daniel L. Fapp. Montaggio: Daniel Mandell. Musica: André Previn.

 Interpreti: James Cagney (C. R. MacNamara), Horst Bucholz (Otto Ludwig Piffl),

Pamela Tiffin (Scarlett Hazeltine), Arlene Francis (Phyllis MacNamara), Liselotte Pulver (fräulein Ingeborg).

 Produzione: Billy Wilder, The Mirish Corporation. Distribuzione: Lab80 Film.

Durata: 115’. Origine: Usa, 1961.

 

Billy Wilder

 

Ancora un bellissimo film di Billy Wilder. In quello che è stato il primo grande dizionario di cinema e di film, il Filmgoer's Companion dell’americano Leslie Halliwell, critico sobrio e affidabile, parco anche negli elogi, si possono leggere queste frasi dedicate a Billy Wilder: «Per oltre trent’anni, l’umorismo caustico di questo folletto viennese di Hollywood ha irradiato di luce il panorama cinematografico. Ma il suo umorismo non si esaurisce nelle sceneggiature: Wilder è il regista cinematografico autore del maggior numero di (ottime) battute di spirito». E Uno, due tre! dimostra per l’ennesima volta la verità di queste affermazioni. Wilder ha riso e fatto ridere fino all’ultimo. Alla domanda (presa dal famoso questionario di Proust) «Come vorreste morire?», rispose una volta in una intervista: «All’età di 104 anni, sano come un pesce, ucciso a colpi di pistola da un marito che mi ha appena colto in flagrante insieme alla sua giovane moglie».

Ecco qualche frase di Wilder sul suo film: «Sapevamo, prima di cominciare a girare, che doveva essere una commedia, ma non ci aspettavamo che facesse ridere così tanto. Però c’era James Cagney e Cagney era il film. Era lui a dare il ritmo, ed era bravissimo. Non era lui a essere divertente: era la sua velocità a essere divertente. Era la velocità di Cagney ad essere fantastica, come lui la sosteneva, la creava e la assecondava. Ci accorgemmo così che l’idea che stava sotto tutto il film era questa:  dai, facciamo il film più veloce al mondo, e usiamo gli attori per farlo sembrare ancora più veloce, anche nelle scene lente. E ci siamo riusciti proprio bene. E successe anche di più: quando cadde il muro in Germania, anni e anni dopo l’uscita del film, lo rieditarono nelle sale: e fece sensazione. Insomma, è un bel film. Bello. Gli do un 7 più. Anche un 8 meno».

 

La critica

 

Non certo di lentezza (...) può essere accusato One, two, three, del 1961, che è forse una delle più folgoranti riuscite della coppia Diamond/Wilder sul piano dell’intensità ritmica dei gag e dei dialoghi. La vertiginosa girandola di battute, di botte e risposte fulminee, rientra, certo, nella tradizione dei migliori prodotti dell’umorismo hollywoodiano (basta pensare a certe commedie di Hawks), ma sempre all’interno di quel discorso (psicologico) sulla coppia, o meglio ancora sulla difficile armonizzazione delle due metà, che un cinema dell’individualismo e della competizione non poteva non privilegiare. Qui, invece, del discorso sulla coppia, che anche Wilder ha sviluppato altrove (magari sotto la specie di “strana” coppia), non rimangono che tracce, labili accenni (per esempio, nel rapporto tra la figlia di Mac Namara e il genero comunista), mentre tutte le batterie sono puntate sulle radici stesse del comportamento individualistico-competitivo, sull’eterno homo economicus le cui motivazioni (cauzionate da un egoismo “naturale”) Wilder scorge alla base dei comportamenti “capitalistici” così come di quelli “comunisti”: ma non si tratta di qualunquismo o di “volgarità intellettuale”, quanto di misurare spregiudicatamente la distanza che intercorre tra le dichiarazioni ideologiche e la loro applicazione all’interno di quella logica dei blocchi (particolarmente virulenta ancora agli inizi degli anni ’60) che sembra rispondere ai più rigidi dettami del “sacro egoismo” da grandi potenze. Ciò che qui viene messo in scena è dunque lo sfasamento (marxiano) tra ideologia e struttura economico-produttiva, e nello spazio di questo sfasamento si affrontano il capitalismo individualista e nevrotico di Mac Namara (James Cagney) e quello burocratico, di Stato, dei suoi interlocutori di Berlino Est. (...) La regola cinica di Mac Namara, boss della Cola-Cola, intenzionato a conquistare il mercato tedesco orientale, e quella dei suoi corrompibili antagonisti “rossi”, trovano la loro consonanza nella falsa coscienza ideologica; ma certo, a questo livello, le simpatie di Wilder vanno più allo sfrontato capitalista senza ipocrisie, che al falso comunista ammantato di moralismo. Per il giovane Otto (Horst Buchholz), che potremmo definire comunista a-marxista, per cui il discorso moraleggiante, benché fatto in buona fede, prevarica sul realismo strutturale, Wilder ha invece una compassione divertita venata d’impazienza, espressa in un famoso scambio di battute: lo scandalizzato Otto prorompe nella domanda appassionata “Crede che tutti siano corrotti?!”, e la risposta del suo interlocutore, cinica e puntuale, è: “Non lo so, non conosco mica tutti”.

Abbiamo già detto che la battuta si basa sul principio di interferenza, tra una domanda (o stimolo) prefigurante un campo determinato di risposte, e l’evasione della risposta effettiva dal campo prefissatole, secondo un procedimento di presa alla lettera dello stimolo. Questo procedimento è senza dubbio, e l’abbiamo visto, abituale in Wilder, ma giunge qui ad effetti di particolare efficacia, proprio perché alla base della lettera del segno c’è un’amarezza senza illusioni, un porsi davanti all’uomo con la disperata convinzione che non c’è altro da fare che riderne. Di fatto, qui non si salva nessuno, e Berlino stessa non è più “luogo dell'anima”, città sottilmente rimpianta, nobilitata da una Marlene Dietrich, come era ancora in Foreign Affair, Scandalo internazionale, e nei flashback di Witness for the Prosecution, Testimone d’accusa: la nuova Berlino esplosa col neo-capitalismo sembra ormai profondamente estranea a Wilder, tanto che questa di One, Two, Three sarà l’ultima sua escursione tedesca. Non per questo viene lasciato il terreno europeo, che tornerà invece, abbastanza nostalgicamente, nella Francia di Irma la douce, nell’Inghilterra di Sherlock Holmes, nell’Italia di Avanti!, Che cosa è successo tra mio padre e tua madre.

AAlessandro Cappabianca, Billy Wilder, Il Castoro Cinema, 1976

 

È verso la fine della sua carriera che Billy Wilder poté realizzare le note più originali e personali della sua intera opera in una serie di quattro film in Cinemascope e in bianco e nero, veri saggi comici nei quali il cinismo devastante del regista trionfa senza nessuna restrizione (Uno, due, tre!), si accompagna a una compassione più o meno esplicita per i personaggi femminili (Shirley McLaine in L’appartamento, Kim Novak in Baciami stupido), si tinge di un’emozione tardiva (Non per soldi ma per denaro). In Uno, due, tre! vediamo esplodere un vero e proprio genio della caricatura applicata alla satira politica e appoggiata su di un ritmo indiavolato, su un brio incredibile della recitazione e su una profusione infinita di gag verbali e visive. James Cagney, nell’ultimo ruolo importante della sua lunga e ricca carriera, si vede offrire da Wilder la più spettacolare delle sue parti di attore. (Lo si vedrà un’ultima volta nel 1981 in un ruolo di media importanza in Ragtime di Milos Forman.) Potendo far leva su questa formidabile marionetta montata su delle molle, dall’aspetto prodigiosamente vivo, come animata da un moto perpetuo, e potendo contare su una sceneggiatura dal dinamismo e dalla meccanica impeccabili, Wilder non ha nessun freno, prende di mira e colpisce in tutte le direzioni: la Russia e il comunismo, certo; ma anche sulla Germania del dopoguerra, sulla sua disciplina, il suo militarismo, i rigurgiti di nazismo; e infine sull’America stessa con i suoi teenagers stupidi, i suoi manager pronti a tutto per difendere la loro carriera. Se la nozione di virtuosismo ha avuto mai un senso al cinema, è in questo film che bisogna cercarla, in questa facoltà di trasformare la piccolezza dei personaggi, l’artificiosità delle situazioni e la grossolanità delle gag in fonti di godimento per lo spettatore. Per suprema ingiustizia, il film ebbe alla sua uscita un’accoglienza disastrosa. Il pubblico non era senza alcun dubbio “maturo” per questo massacro in piena regola di ogni ideologia, per questa tempestosa assenza di serietà. Nell’epoca dei film catastrofici (negli anni Settanta), Billy Wilder dichiarò: «I film catastrofici sono io che li faccio...». Va notato comunque che, pochi anni dopo la sua disastrosa uscita, Uno, due, tre! fu proiettato nei cineclub davanti a un pubblico entusiasta.

JJacques Lourcelles, Dictionnaire du Cinéma, Les Films, Parigi 1992

 

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