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PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

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Giovedì 30 ottobre 2008 – Scheda n. 3 (761)

 

 

Ai confini del paradiso

 

Regia e sceneggiatura: Fatih Akin.

 

Titolo originale: Yasamin Kiyisinda.

 

Fotografia: Rainer Kalusman. Montaggio: Andrew Bird.

Scenografia: Seth Turner. Costumi: Katrin Aschendorf. Musica: Shantel.

Interpreti: Nurgül Yesilçay (Ayten Öztürk), Baki Davrak (Nejat Aksu),

Tuncel Kurtiz (Ali Aksu), Hanna Schygulla (Susanne Staub),

Patrycia Ziolkowska (Lotte Staub), Nursel Köse (Yeter ÖztürK), Yelda Reynaud (Emine).

Produzione: Anka Film. Distribuzione: Bim.

Durata: 122’. Origine: Germania, Turchia, 2007.

 

Fatih Akin

 

Nato ad Amburgo nel 1973, turco di seconda generazione, Fatih Akin è uno dei nomi più importanti tra i giovani registi europei. E uno dei migliori interpreti di quel cinema dell’emigrazione, dello scontro e della integrazione tra popoli e civiltà di tutto il mondo e quindi anche dell’Europa. Studia all’Accademia di Belle Arti di Amburgo. Il suo primo corto Sensin – Du bist es! (1995) vince il premio del pubblico allo Hamburg International Short Film Festival. Il primo lungometraggio, Kurz und schmerzlos (1997), ottiene il Pardo di bronzo al Festival di Locarno. Con In July (2000) racconta la storia di un professore che attraversa l’Europa dell’Est per ritrovare la sua Istanbul. Terzo film: We Forgot to Go Back (2001), seguito da Solino (2002), ancora storia di emigrazione, ma stavolta di una famiglia pugliese a Duisburg, negli anni ’60. Nel 2004 è la volta di La sposa turca, visto al Cineforum, vincitore al Festival di Berlino, film che lo rende noto in tutto il mondo. Crossing the  Bridge – The Sound of Istanbul (2004), presentato a Cannes, è un documentario sulla scena rock della più grande città turca, dove il ponte simboleggia l’intreccio di due culture, Occidente e Oriente, che si ritrovano nella musica suonata nei club cittadini. Sempre a Cannes viene presentato Ai confini del paradiso, che vince il premio per la miglior sceneggiatura.

Sentiamo qualche dichiarazione di Akin: «Credo che il principale argomento del film sia il dialogo, o meglio, la comunicazione. Tutti nel mondo parlano di comunicazione ma nessuno comunica davvero. Io invece agli interpreti di Ai confini del paradiso faccio addirittura parlare in tre lingue diverse. Ho voluto fare luce sulla comunicazione nel mondo globalizzato perché era necessario parlarne. Come artista ho avuto la possibilità di rappresentare il mondo come lo vorrei. Quanto alla musica, rispetto a La sposa turca e Crossing the Bridge ho cercato di usarne meno e di essere invece più visivo. Per questo prima di iniziare le riprese ho guardato molti film muti. La verità è che è molto facile suscitare le emozioni attraverso la musica e così ho provato a utilizzarla solo per dare spazio allo spettatore in modo che potesse riflettere e non per commentare qualche momento particolare del film. Ho però voluto inserire un brano di Kâzim Koyuncu, un cantautore turco scomparso due anni fa. Avevo già pensato di utilizzare la sua musica in Crossing the Bridge ma alla fine non l’ho fatto e quando è morto mi sono sentito in colpa e così ho voluto rendergli omaggio in questo modo».

 

La critica

 

Tra Germania e Turchia. Tra Turchia e Germania. Amburgo, Brema, Istanbul, Trabzon (Trebisonda). Un’Europa che si allarga e si unisce, che è ancora divisa e diversa, si integra e si scopre incerta e paurosa, attraversata e tagliata da confini ufficialmente invisibili, in realtà ancora profondi. A Brema, il vecchio turco Ali decide di vivere con una prostituta, Yeter, che fa il mestiere per aiutare negli studi la figlia Ayten, a Istanbul. Lui ha un figlio, Nejat, che insegna all’università. Quando, in un litigio, Ali uccide accidentalmente la donna, Nejat va in Turchia a cercare Ayten. E comincia un ininterrotto viaggio tra i due paesi: qualcuno/qualcuna si sposta a cercare un altro/un’altra che si è già spostato, in fuga o in cerca di qualcosa. Una ragnatela di percorsi lungo i quali si intrecciano motivi e domande, la diversità delle culture, lo sradicamento, la solitudine, la pietà, il cambiare patria e non trovarne un’altra adottiva. Anche il terrorismo e il fondamentalismo. Anche un amore lesbico. Fatih Akin, uno dei più interessanti nomi nuovi del cinema interetnico europeo, non ha paura di accumulare temi e questioni: questo è il suo mondo (e il nostro). Nato in Germania da una famiglia di turchi immigrati, è arrivato al quinto film. Da noi è conosciuto per l’energico La sposa turca, Orso d’oro a Berlino nel 2004, e per un bel documentario sulla musica turca, Crossing the Bridge - The Sound of Istanbul. Presentato a Cannes, Ai confini del paradiso ha vinto il premio per la sceneggiatura: che si fonda su un continuo andare e venire, un voler ritornare a casa non sapendo dove stiano le proprie radici, un passarsi accanto senza riconoscersi pur vivendo la stessa storia. Incastri mancati: Akin vuole che ci perdiamo, storditi, dentro questo labirinto come si perdono i protagonisti (per ritrovarsi, forse). Regia solida e matura. Vengono in mente il turco Guney e il tedesco Fassbinder (anche perché c’è Hanna Schygulla). Un bel melodramma romanzesco. Intimo, nonostante tutto.

BBruno Fornara, Film TV, ottobre 2007

 

Seduto sulla sabbia, rivolto al mare, Nejat (Baki Davrak) è in attesa del padre. Il vento si sta alzando, e presto la barca di Ali (Tuncel Kurtiz) si mostrerà da dietro il molo del piccolo porto di Trebisonda. Su questa immagine, pacificata e quieta, si chiude Ai confini del paradiso. Auf der anderen Seite, così suona il titolo tedesco del film scritto e girato da Fatih Akin, nato ad Amburgo 34 anni fa da genitori turchi. E «dall’altra parte» o ancora meglio «sull’altro lato», su quello che manca ai loro cuori, cercano d’arrivare gli uomini e le donne di questa storia che corre fra Paesi lontani e lingue lontane (purtroppo, nel doppiaggio italiano va perso l’intrecciarsi di turco, tedesco e inglese dell’edizione originale).

Ognuno è separato da ogni altro, e come in attesa, in questa storia di solitudini colme di nostalgia e desiderio. Così ha vissuto e vive Ali, immigrato in Germania. La sceneggiatura, asciutta e commossa, ce lo lascia immaginare più giovane, nella fatica di campare la vita e di crescere Nejat, che ora insegna letteratura tedesca all’Università di Amburgo. Poi, con pudore, ce ne indica la separatezza da quel figlio ormai tanto diverso da lui. Non è “a casa” nella sua stessa casa, il vecchio Ali. Può solo fingere d’esserlo, coltivando qualche piantina di pomodoro e pagando la compagnia di Yeter (Nursel Köse). Come lui, anche Yeter è straniera a se stessa, e più di lui è lontana dalla figlia Ayten (Nurgül Yesilçay). Non ha progressione lineare il racconto di Ai confini del paradiso. Al contrario, le singole vicende dei protagonisti sono come cerchi che si incontrano e si attraversano, più d’una volta legati da immagini ripetute. Così, per esempio, mentre Nejat parla ai suoi studenti della classicità di Johann Wolfgang Goethe – e del suo rifiuto della rivoluzione, che paga qualcosa di nuovo con la morte di qualcosa d’antico –, la regia mostra una giovane donna sdraiata sul banco, addormentata. Torneremo a vederla molto tempo dopo, in un’immagine che sta in controcampo rispetto alla prima. Sapremo allora che si tratta di Ayten, quella Ayten che Nejat è andato inutilmente a cercare a Istanbul. Il caso li ha avvicinati, ma il loro incontro non c’è stato, e ognuno resta nei confini tristi della sua “parte”, in solitudine.

Il caso, appunto, sembra il vero narratore di Ai confini del paradiso. Per quanto i protagonisti immaginino di decidere e scegliere, il loro cammino è interrotto e deviato da accadimenti non previsti, non voluti, eppure decisivi. Così accade ad Ali che, ubriaco, in uno scatto d’ira uccide la sua Yeter. E così accade a Lotte (Patrycia Ziolkowska), che muore per un colpo di pistola tanto assurdo quanto banale e indifferente. Sono, queste due morti, il filo rosso che attraversa il film. E infatti la sceneggiatura le dichiara in anticipo, con i titoli della prima e della seconda parte del racconto: La morte di Yeter e La morte di Lotte. Che cos’è la morte, se non l’altro lato della vita? Più definitiva e crudele d’ogni distanza, separa per sempre corpi e cuori. E al contrario, non accade forse che la lontananza dei corpi e dei cuori, l’incapacità di sentire l’altro e l’impossibilità di farsi sentire da lui, somigli a una morte? Lo sa bene Ali, che insieme con Yeter – e dopo essere andato in prigione – perde anche il figlio, o almeno l’ultimo legame che sembra restargli con lui. E lo sa bene la madre di Lotte, Susanne (una trattenuta, disperata, bravissima Hanna Schygulla).

Come spesso accade, tra le due donne c’è un rapporto pieno di fatica ma necessario, allo stesso tempo doloroso e tenero. Fatto di silenzi cupi ma anche di abbracci e di offerte d’amore, soffre del desiderio di Lotte di affrancarsi dalla madre, però seguendone il modello. E soffre anche dell’incapacità di Susanne di accettare sino in fondo che la figlia sia davvero se stessa, e insieme che sia tanto simile a lei. Come per Nejat e Ali, anche per Lotte e Susanne sembra non esserci possibilità di uscire da sé per ritrovarsi, ognuna finalmente sull’altro lato della propria vita.

Partito da più separatezze – lingua da lingua, cultura da cultura, corpi da corpi, cuori da cuori –, Ai confini del paradiso procede verso un ricongiungimento che, tuttavia, sempre più si allontana. È il caso, appunto, che decide il cammino di tutti, senza tenere conto di quello che essi decidono e scelgono. E però, alla fine, è ancora il caso che guida ognuno fino a un imprevisto, dolcissimo ritorno “a casa”. Oltre la morte, oltre l’angustia delle solitudini, una madre ritroverà una figlia, e un figlio un padre. E tutto accadrà nella dolcezza d’una attesa colma di promesse, pacificata e quieta.

RRoberto Escobar, Il Sole-24 Ore, 18 ottobre 2007

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