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Tre piani- Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

 

 

Giovedì 31 marzo 2022 – Scheda n. 21 (1104)

 

 

 

 

 

Tre piani

 

 

Regia: Nanni Moretti

 

Sceneggiatura: Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Valia Santella,

dal romanzo di Eshkol Nevo.

Fotografia: Michele D’Attanasio. Musica: Franco Piersanti.

 

Interpreti: Margherita Buy (Dora), Riccardo Scamarcio (Lucio),

Alba Rohrwacher (Monica), Adriano Giannini (Giorgio),

Elena Lietti (Sara), Alessandro Sperduti (Andrea),

Denise Tantucci (Charlotte), Nanni Moretti (Vittorio),

Anna Bonaiuto (Giovanna), Paolo Graziosi (Renato), Stefano Dionisi (Roberto).

 

 Produzione: Nanni Moretti, Domenico Procacci, Sacher Film, Fandango, Rai Cinema, Le Pacte.

Distribuzione: 01 Distribution.

Durata: 110’. Origine: Italia, 2021.

 

 

Nanni Moretti

 

 

Nato a Brunico (Bolzano) nel 1953: i genitori erano lì in vacanza. Nanni Moretti è tra i maggiori registi italiani e ha ormai alle spalle una carriera lunga e apprezzata dai critici, soprattutto quelli francesi. Ha diretto tredici lungometraggi e numerosi corti e documentari. Padre docente di epigrafia greca; madre professoressa di lettere al ginnasio. Cresce a Roma e fin da adolescente segue le sue due passioni: la pallanuoto e il cinema. Primo corto: La sconfitta, girato in super8, sulla crisi di una ex-militante sessantottino. Secondo corto: Pâté de bourgeois, storie di amici e di una coppia in crisi (gioco di parole tra paté de foie gras e épater les bourgeois, stupire i borghesi). Nel 1974 gira il mediometraggio Come parli frate?, singolare rilettura dei Promessi sposi dal punto di vista di Don Rodrigo, interpretato da Moretti. Primo lungo: Io sono un autarchico, ancora in Super 8, con il personaggio di Michele Apicella (è il cognome della madre di Moretti), poi interpretato in altri quattro film. Grande successo di pubblico a Roma. Ecce bombo, girato in 16 mm e in presa diretta, viene presentato in concorso a Cannes: costato 180 milioni di lire, incassa 2 miliardi. Sogni d’oro vince a Venezia il Leone d’argento. Poi arriva Bianca, con un intreccio giallo. In La messa è finita Moretti prete vince l’Orso d’argento a Berlino. Fonda la Sacher Film, nome ispirato dalla sua torta preferita. Palombella rossa è tra i suoi film più belli e più fantasiosi, tra pallanuoto e politica. Nel doc La Cosa mostra il dibattito interno tra i comunisti dal PCI. Gestisce a Trastevere il Nuovo Cinema Sacher. Realizza Caro diario, film autobiografico, con Moretti interprete di se stesso: premio per la regia a Cannes. Aprile è dedicato alla nascita del figlio Pietro. La stanza del figlio vince la Palma d’oro a Cannes. L’apocalittico Il caimano, ispirato alla figura di Silvio Berlusconi, suscita molte polemiche. Habemus Papam racconta di un papa che non vuole fare il papa. Nel 2012 viene nominato commendatore de l’ordre des Arts et Lettres dal Ministro della cultura francese. Mia madre è presentato in concorso a Cannes. Santiago, Italia è un documentario sulla dittatura di Pinochet. Tre piani va a Cannes, dopo essere stato rimandato di un anno per il covid.

Sentiamo Moretti. «Il libro di Eshkol Nevo contiene tre storie separate. Ma noi abbiamo deciso di modificare la struttura perché il libro ha una densità tale che tutti i personaggi sono importanti. Abbiamo deciso di creare dei legami tra i vari personaggi. Questo equilibrio è stato ottenuto con un lungo lavoro di elaborazione. Dedico molto tempo a scrittura, riprese e montaggio. Uso la tecnica per fini artistici, per realizzare l’oggetto film. Questa storia non permetteva scene di transizione, così ogni personaggio è importante e ogni scena è essenziale...

Volevo un lavoro di qualità con gli attori. Non volevo protagonisti compiacenti. Ho cercato di essere realista, ma non naturalista. Non trovo la spontaneità un valore, credo nell'autenticità...

Ho letto il romanzo quando mi è stato proposto come possibile progetto cinematografico. Sono un lettore lento, ma questo libro mi ha catturato...

Più passa il tempo più mi piace fare questo lavoro. Quando la passione non basta serve l’attenzione ai dettagli, ma più passa il tempo più è difficile spiegare perché faccio quello che faccio. 40 anni fa leggevo tutte le recensioni, andavo alle edicole notturne per compare i giornali appena arrivavano. Ora non lo faccio più, sono più distaccato. Compro un paio di quotidiani e leggo la pagina dello spettacolo...

Sono favorevole al divismo, ma è sano per una volta avere un film senza divi. Concordo con chi ritiene che Tre piani sia una summa dei miei lavori precedenti. Diciamo che i film realizzati negli ultimi 40 anni si possano considerare come diversi capitoli di un unico libro...

La scena del ballo per la strada non c’era nel libro. L’abbiamo aggiunta, è importante per aprire all’esterno evitando di essere troppo chiusi nelle nostre vite. Negli ultimi due anni ci hanno detto una bugia sostenendo che possiamo vivere senza altre persone, senza sentirci parte di una comunità. Nel finale, il film si apre all’esterno, agli altri e al futuro. Non trovo il film drammatico, semmai lo trovo doloroso, ma è anche un inno alla vita...

Il ritorno alla vita cinefila è stato segnato dalla riapertura dei cinema ad aprile. In tutto il periodo di chiusura, ho resistito alle sirene dello streaming televisivo che volevano fare passare il film in tv. Non volevo sapere quanto offrivano Amazon, Disney o Netflix. Volevo aspettare che le sale riaprissero. Lo dico da spettatore, per me è importante la visione cinematografica nella sala buia, ho bisogno di vivere e rivivere quella magia. Ho la stessa curiosità, quando guardo i film di altri registi, che avevo 30 anni fa».

 

 

La critica

 

 

Nella filmografia di Nanni Moretti si scorge un tema ricorrente, forse decisivo per comprenderne l’evoluzione: la responsabilità verso i figli. E dunque il dovere di educarli, la paura di perderli, la speranza di ritrovarli. Il giovane Moretti incazzato verso una o più generazioni di adulti da accusare (la sfuriata sul corpo della madre suicida in La messa è finita, il rimpianto rabbioso verso i ricordi d’infanzia in Palombella rossa), con Aprile e il racconto della nascita del figlio Pietro è diventato un genitore che sente il bisogno di tematizzare le proprie paure: la morte (La stanza del figlio), la separazione (Il caimano), la solitudine dopo la morte della madre (Mia madre). E se Habemus Papam era un film sul terrore e sul dovere della responsabilità (compresa quella di rinunciare), Tre piani, primo film di Moretti da un soggetto non originale (viene da un romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo), costruisce un incrocio di storie e caratteri in cui dominano temi come il peso dell’educazione, l’obbligo della protezione, la fatica dell’accudimento. Moretti usa il cinema per placare l’angoscia, e in questo nuovo film, girato nel 2019 e poi bloccato dalla pandemia, crea un’atmosfera ovattata e sonnolenta in cui immerge pulsioni violente e violente recriminazioni. Senza il solito distacco soggettivo e senza l’ironia a cui il regista ci ha abituati, il film procede per blocchi fissi e ‘celibi’, privi di legami narrativi con ciò che li precede o li segue immediatamente, in un clima reso desolato e quasi sonnambulo dallo sguardo ‘a distanza’. La macchina da presa resta fissa, al massimo si muove con lente panoramiche; le scene sono brevi; gli stacchi di montaggio meccanici, divisi talvolta da qualche dissolvenza al nero; i piani d’ambientazione sono piatti, gli spazi esterni vuoti, Roma è un semplice sfondo. La palazzina al centro del racconto, che nel romanzo dà corpo coi suoi tre piani alle istanze intrapsichiche dell’es, dell’io e del super-io, nel film diventa una scenografia indifferente, sfondata nella prima scena e da quel momento mostrata per ciò che rivela. Tre piani, dunque, e tre storie parallele (...). Nel film ci sono genitori, figli, figlie, neonati, bambine, ragazze minorenni, adulti che soffocano con il loro amore, che condannano con il loro giudizio, che abbandonano con il loro terrore: Tre piani è una commedia umana, anche se al suo interno il respiro della vita è bandito e la Legge degli uomini, quella scritta dello Stato e quella tacita delle convenzioni, incombe su tutti, spietata o misericordiosa in base a criteri che nessuno può controllare. Nella solitudine dell’esistenza, gli adulti del film sono chiamati a uscire dal cono d’ombra del proprio sguardo e a vivere il peso dell’educazione, a trasmettere calore e protezione, a uscire dal regno del proprio io e costruire una famiglia, una comunità. A partire da questo incombente, opprimente peso del dovere, sul film grava una cappa di pesantezza, di torpore greve, accentuato dallo stile di recitazione imposto da Moretti ai suoi interpreti: fissi, monotonali, imbarazzati e talvolta, va detto, imbarazzanti nel disagio nel mostrarsi e nel parlare a figura intera o in lunghi primi piani che fanno emergere, come si dice in Mia madre, l’attore o l’attrice a fianco del personaggio e mettono a nudo due figure distanti. In Tre piani a mettersi a nudo è in realtà tutto il cinema di Moretti, che senza il filtro della personalità del suo regista – abituato a stare accanto al proprio film, a costellarlo di momenti in cui la finzione del racconto e la realtà della figura pubblica si scontrano – s’inceppa e arranca. Volutamente o meno, tra momenti di grande intensità (i monologhi di Dora alla segreteria del marito morto, le scene sospese fra realtà e sogno tra la madre lasciata sola dal marito e il fratello fuggitivo di quest’ultimo; il bosco fiabesco in cui sono ritrovati il vecchio e la bambina) e altri più goffi (la milonga finale per le strade; l’incontro sognato fra la madre fuggitiva e la figlia ormai cresciuta), in Tre piani la vita è assente, lo spazio e il tempo sono dimensioni univoche e separate. Sugli impulsi e sui desideri domina il pensiero razionale: per Moretti, oggi, il cinema serve a questo, e Tre piani, scritto con Federica Pontremoli e Valia Santella, è la messinscena dei suoi incubi; forse, al termine di tutto, anche delle sue speranze.

RRoberto Manassero, 16 settembre 2021, cineforum.it

 

 

 

 

 

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di      Ryûsuke Hamaguchi

 

 

 

 

Il primo dei due film di Ryûsuke Hamaguchi (l’altro è, in chiusura, Drive my car: un capolavoro). Un film con tre mediometraggi indipendenti, tutti con buone idee.

L’immaginazione e il caso: cioè il fiammifero e la fiamma di ogni motore narrativo. La giovane ragazza. La donna sposata. La donna matura. Tutte alle prese con un atto volontario, con una scelta, con una voglia di ritornare indietro. Come una specie di inversione a U.

Durata: 121 minuti.

 

 

Giovedì 7 aprile, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

 

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