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Tutti pazzi a Tel Aviv - Locandina del film
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Tutti pazzi a Tel Aviv- Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

 

 

Giovedì 17 marzo 2022 – Scheda n. 19 (1102)


 

 

Tutti pazzi a Tel Aviv

 

 

 

Titolo originale: Tel Aviv on Fire

 

Regia: Sameh Zoabi

 

Sceneggiatura: Dan Kleinman e Sameh Zoabi.

Fotografia: Laurent Brunet. Musica: André Dziezuk. 

 

Interpreti: Kais Nashef (Salam), Lubna Azabal (Tala),

Yaniv Biton (Assi), Maisa Abd Elhadi (Mariam),

Nadim Sawalha (Bassam), Salim Dau (Atef),

Yousef ‘Joe’ Sweid (Yehuda), Amer Hlehel (Nabil),

Laëtitia Eïdo (Maisa), Ashraf Farah (Marwan), Ula Tabari (Sarah).

 

Produzione: Alice Bloch-Robin, Amir Harel, Samsa Film, Lama Films, TS Productions.

Distribuzione: Academy Two.

Durata: 100’. Origine: Israele, 2019.

 

 

Sameh Zoabi

 

 

Nato nel 1975 a Iksal, un piccolo villaggio palestinese in Israele, vicino a Nazareth. Ha studiato cinema a Tel Aviv e alla Columbia University. Il suo corto Be Quiet (2005) ha vinto un premio alla Cinéfondation del festival di Cannes. Ha debuttato nel lungo con Man without a Cell Phone (2010). Il suo secondo film, Under the Same Sun (2013), era sulla pace tra Israele e Palestina. Insegna cinema e letteratura inglese all’Università di Tel Aviv e alla Columbia University a New York.

Sentiamolo. «Il mio primo film, Man without a Cell Phone, anch’esso con un’aura comica, ha suscitato delle reazioni interessanti tra il pubblico. Per alcuni era troppo politico, per altri per nulla. Altri ancora l’avevano trovato troppo palestinese, e alcuni un po’ troppo israeliano: ognuno aveva una sua propria opinione. Quando si è palestinese e si scrive un film, ci si aspetta che ognuno lo interpreterà a modo suo. Ho riscontrato che si trattava di un dilemma interessante, senza contare anche la pressione che sentivo di trovare una nuova idea per un film, un po’ come il regista di Otto e mezzo di Fellini. Ho dunque avuto l’idea di questo artista intrappolato in una situazione politica in cui tutti vogliono cose diverse da lui. Egli stesso non sa bene cosa voglia, sebbene riuscirà a comprenderlo man mano. La genesi di Tutti pazzi a Tel Aviv, in originale Tel Aviv on Fire, è stata, pertanto, molto personale. Tuttavia, ciò è chiaramente mutato con il tempo, soprattutto con l’aggiunta dell’universo della soap opera e con tutti gli altri elementi politici e storici... All'inizio, quella di introdurre nel film la soap opera era solo un’idea teorica, dal momento che io e il mio co-sceneggiatore uscivamo da un anno speso a lavorare sulla trama della soap e su come ciò influenzasse i personaggi. In seguito, è stato molto facile scrivere la sceneggiatura. Io stesso ho guardato molte soap opera, insieme alla mia famiglia, poiché si tratta veramente di un evento televisivo nel Medio-Oriente. Sono cresciuto con questo genere di show televisivi molto melodrammatici con un tocco di spionaggio e quello che ho voluto creare nel mio film è proprio un omaggio a una soap opera egiziana molto conosciuta...

Quando scrivevo le scene della soap opera e provavo a immaginarle, con il loro lato “cheap” ed estremamente drammatico, mi sono detto che proprio questo avrebbe indirizzato il film verso un aspetto visivo di pessima qualità e che il contrasto con la realtà non avrebbe funzionato bene. Ho dunque deciso di orientare la soap verso il genere noir. Otto e mezzo viene citato da uno dei personaggi e la scena di apertura è niente di meno che un diretto omaggio a Casablanca. Molte scene sono degli omaggi ai classici hollywoodiani così come anche l’interpretazione melodrammatica dei personaggi...

Sono abituato a scrivere commedie ma avevo già un altro copione pronto: Catch the Moon. Ho anche partecipato alla scrittura di The Idol di Hani Abu-Assad. So che ciò che funziona sul piano comico è la semplicità e avere un protagonista che si ritrovi in situazioni scomode per lui. La scelta di un personaggio come Salam, privo di preparazione alcuna, improvvisamente proiettato nei panni di sceneggiatore, dona al film fin dall’inizio una sfumatura comica che gioca con questa situazione. Tuttavia, vi è anche il fatto che, come gli suggerisce lo zio, diventare sceneggiatore implica avere delle responsabilità nei confronti del proprio pubblico. I due elementi si completano a vicenda grazie alla questione palestinese che viene rappresentata male attraverso quell’immagine mediatica che si limita alla guerra e che non prende in considerazione la vita quotidiana. Eppure, per me, la quotidianità è molto più interessante dei retroscena politici mondiali. Quei personaggi in lotta con la loro quotidianità, quelli che si scontrano con la loro realtà, sono molto più interessanti, a mio avviso, di qualsiasi altro personaggio che sa esattamente cosa vuole. Molti palestinesi si trovano, oggigiorno, nel limbo, le nuove generazioni sono cresciute con le decisioni prese negli accordi di Oslo e ciò non ha portato a nulla, i leader non sono d’ispirazione a nessuno e infine si percepiscono queste molteplici sensazioni di assenza di punti di riferimento. Tramite i miei film ho provato a delineare questo stato d’animo...

La sequenza in cui si vede il protagonista camminare lungo il muro l’ho pensata a lungo. Ho gettato le basi per questa scena attraverso qualche inserto discreto, poiché è vero che è facile ridere degli incontri al check-point tra Salam e il comandante israeliano Assi, che sono come in una bolla mentre cercano di immaginare insieme la scena di una soap. Ma improvvisamente, questa bolla scoppia quando si trovano in disaccordo sulla definizione del personaggio di Marwan: soldato per la libertà o terrorista? La realtà, da lì, emerge con fragore...

L’idea del film l’ho avuta nel 2010. All’epoca stavo lavorando al mio primo film e la tematica era molto interessante. Ho pensato che creare un film nuovo su questa tematica, le soap opera, potesse essere un’idea interessante... Adesso sto pensando a una nuova commedia, però ambientata a Gaza. Mi piacciono le commedie “forti” e ambientarle in luoghi particolari. E voglio ancora tenere uno stile simile a quello di questo film».

 

 

La critica

 

 

Applaudito a Venezia nella sezione Orizzonti, oggetto di passaparola tra il pubblico, già molto chiacchierato come esempio di riuscita commedia popolare di produzione mediorientale: Tutti pazzi a Tel Aviv, nuovo lavoro del regista palestinese Sameh Zoabi, sembra avere le carte in regola per conquistarsi la sua consistente nicchia di spettatori anche nelle sale italiane. In realtà, a ben vedere, il film di Zoabi si innesta su una tradizione tutt’altro che nuova, ovvero quella della rivisitazione delle crisi locali attraverso il filtro della commedia: lo stesso regista, da questo punto di vista, si era già prodotto in una ricognizione del conflitto arabo/israeliano (seppure solo come sfondo) nel suo esordio Man Without a Cell Phone, risalente al 2011; mentre, andando più indietro nel tempo, un film europeo come Il mio nuovo strano fidanzato (2004) aveva già trattato la pluridecennale crisi sotto forma di commedia multietnica. La cifra della commedia, quindi, è tutt’altro che estranea alla messa in scena dei conflitti consumatisi a quelle latitudini, inserendosi al contrario in un filone abbastanza rodato. Tutti pazzi a Tel Aviv, tuttavia, ha in più l’idea di prendere un linguaggio altamente standardizzato (e internazionale) come quello della soap opera, costruendoci sopra un intreccio comico che chiama in causa direttamente i luoghi del conflitto, così come le distorsioni (cognitive e culturali) che questo ha prodotto. La componente più interessante del film di Sameh Zoabi, in effetti, è proprio la sovrapposizione e la dialettica continua tra l’estetica volutamente camp, eccessiva e dai colori sgargianti, delle immagini della serie Tel Aviv On Fire (era anche il titolo originale del film; perché modificarlo?) e la perseguìta verosimiglianza dell’intreccio – specie nella fotografia metallica e tendente al grigio del posto di blocco dove si incontrano i due protagonisti. Una ricerca di verosimiglianza, va specificato, che comunque si ferma al comparto visivo del film, infrangendosi poi (consapevolmente) contro le semplicistiche schermaglie tra lo sceneggiatore per caso Salam e il militare Assi: rappresentanti, entrambi, di due stereotipi in fondo non troppo lontani da quelli che il film vorrebbe mettere alla berlina. È comunque diretto con mestiere, Tutti pazzi a Tel Aviv, incarnando un modello di cinema popolare capace di guardare al pubblico internazionale (compreso quello dei festival), che superi lo stereotipo di una produzione locale dedita esclusivamente al cinema d’autore. Questa idea di cinema, Sameh Zoabi la mette in campo guardando innanzitutto alla commedia americana, da una parte al filone del buddy movie (il film con la coppia di amici, ndr), dall’altra ai primi lavori di Woody Allen; rivolgendo inoltre il suo sguardo, come ulteriore componente, a certi esempi di commedia francese consolidatisi negli ultimi decenni – i primi esempi che vengono in mente sono Francis Veber e Patrice Leconte – con un’attenzione al pubblico e ai ritmi comici che si sposa a una blanda, ma presente, componente di analisi sociologica. Su tutto, una rappresentazione della crisi inevitabilmente semplificata, funzionale a un messaggio edificante – nel segno di un evanescente pacifismo – che non lascia mai molti dubbi sulla conclusione del film. Un messaggio che ha il principale limite – strutturale, ma non per questo meno presente – di sovrapporre le regole di un prodotto di fiction, quello della storia nella storia, alle complesse dinamiche di una crisi politica di lunga durata. Tutti pazzi a Tel Aviv si rivela comunque capace di intrattenere con efficacia, affidandosi in larga parte alla comicità stralunata e spaesata – quella che vuole mettere in scena l’intellettuale per caso – del suo protagonista Kais Nashif. Non è un caso che l’interprete palestinese abbia ottenuto, a Venezia, il premio per il miglior attore nella sezione Orizzonti: la sua mimica facciale, fatta di minuscole quanto avvertibili variazioni, è capace di suscitare da sola l’effetto comico, con una modulazione gestita solo attraverso il tono di voce e il movimento di pochi muscoli.

MMarco Minniti, 5 agosto 2019, quinlan.it

 

 

 

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di      Kantemir Balagov

 

 

 

1945, Leningrado, appena finito il terribile assedio nazista. Si tenta di ricominciare. Due donne, infermiere. Molto diverse. Iya e Masha. Curano i tanti soldati feriti.

Un film magnifico di un giovane regista russo di vent’anni, Kantemir Balagov. Reazioni fisiche, esigenze emotive, istinti vitali, desideri di morte e di ripresa. Immagini calibratissime e dense. La forza del film: trasmettere la Storia come «attrito del tempo» (Martin Amis).

Durata: 130 minuti.

 

Giovedì 17 marzo, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

 

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