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J'accuse - L'ufficiale e la spia - Locandina del film
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Scheda del film 187 Kb)
J'accuse (L'ufficiale e la spia) - Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

 

 

Giovedì 27 gennaio 2022 – Scheda n. 12 (1095)

 

 

 

 

 

 

J’accuse

 

 

L’ufficiale e la spia

 

 

 

 

Titolo originale: J’accuse

 

Regia: Roman Polański

 

Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polański.

Fotografia: Paweł Edelman. Musica: Alexandre Desplat. 

 

Interpreti: Jean Dujardin (ten. col. Marie-Georges Picquart),

Louis Garrel (cap. Alfred Dreyfus), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier),

Grégory Gadebois (magg. Hubert-Joseph Henry), Mathieu Amalric (Alphonse Bertillon),

Melvil Poupaud (Fernand Labori), André Marcon (Émile Zola),

Denis Podalydès (Edgar Demange), Luca Barbareschi (Philippe Monnier).

 

Produzione: Alain Goldman, Luca Barbareschi. Distribuzione: 01.

Durata: 132’. Origine: Francia, Italia, 2019.

 

 

Roman Polański

 

 

Un film per la Giornata della Memoria. Regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico polacco naturalizzato francese, Roman Polański nasce a Parigi nel 1933 da una famiglia di polacchi emigrati in Francia che tornano in Polonia, a Cracovia, appena prima della seconda guerra mondiale e che, quando i nazisti arrivano in Polonia, vengono tutti rinchiusi nel ghetto. Nel 1941 la madre viene prelevata dalle SS e deportata ad Auschwitz, dove morirà. A sette anni il piccolo Roman riesce a fuggire dal ghetto di Varsavia, aiutato dal padre. Sopravvive nonostante le terribili esperienze subite: è preso di mira da dei soldati tedeschi che si divertono a vederlo saltellare terrorizzato per evitare i colpi. Polański entra alla scuola di cinema di Lodz nel 1957 e nel frattempo lavora come attore. Si diploma nel 1959 dopo aver girato come studente dei cortometraggi, uno più bello dell’altro (li abbiamo mostrati tanti anni fa al Cineforum). Nel 1962 esordisce con il magnifico lungometraggio, Il coltello nell’acqua. Nel 1965, in Inghilterra, realizza Repulsion, Orso d’argento a Berlino. Del 1966 è Cul-de-sac, Orso d’oro a Berlino. Nel 1968 sposa l’attrice americana Sharon Tate, protagonista di Per favore... non mordermi sul collo! (1967). In America dirige Rosemary’s Baby (1968). Il 9 agosto 1969 la tragedia: la setta satanica di Charles Manson irrompe nella villa di Los Angeles e uccide la moglie incinta di otto mesi. Del 1974 è Chinatown. Nel 1976 viene accusato di aver sedotto una modella di 13 anni, si trasferisce in Europa e da allora non è più tornato negli Stati Uniti. Gira e interpreta L’inquilino del terzo piano (1976). Del 1988 è Frantic. Nel 1992 è la volta del torbido e formidabile Luna di fiele sulla perversione di una coppia in crociera nel Mediterraneo. Nel 1993 riceve, alla Mostra di Venezia, il Leone d’Oro alla carriera. Nel 1999 esce La nona porta. Del 2002 è Il pianista dove affronta il tema dell’Olocausto da lui vissuto in prima persona. Il film vince tre Oscar: miglior regia, miglior attore protagonista (Adrien Brody) e miglior sceneggiatura non originale (Roman Harwood). Nel 2005 gira Oliver Twist, da Dickens. Nel 2009 viene arrestato in Svizzera. In carcere scrive L’uomo nell’ombra. Del 2011 è Carnage. Del 2013 è Venere in pelliccia. Del 2017 è Quello che non so di lei. Infine arriva questo grande L’ufficiale e la spia (J’accuse, 2019).

Sentiamo Polański. «Dalle grandi storie spesso nascono grandi film e l’Affare Dreyfus è una storia eccezionale. La storia di un uomo accusato ingiustamente è sempre affascinante, inoltre è un tema estremamente attuale vista la recrudescenza dell’antisemitismo...

Io e Robert Harris avevamo appena finito di girare L’uomo nell’ombra. Robert era molto entusiasta all’idea di un film su Dreyfus, così ci siamo subito messi al lavoro. All’inizio ci era sembrato evidente che avremmo dovuto raccontare la storia dal punto di vista di Dreyfus ma presto ci siamo resi conto che non avrebbe funzionato; la storia era completamente ambientata a Parigi, i personaggi principali e i colpi di scena avvenivano mentre il nostro protagonista principale era rinchiuso sull’Isola del Diavolo. Sarebbe stato meglio lasciare Dreyfus sull’isola e raccontare la storia dal punto di vista del colonnello Picquart, uno dei principali protagonisti di questa storia...

Il colonnello Picquart è un personaggio affascinante e complesso. Non è un fervido antisemita. Non gli piacciono gli ebrei ma più per consuetudine che per convinzione personale. In quanto ufficiale del controspionaggio, quando scopre che Dreyfus è innocente, prende molto a cuore il caso e decide di scoprire la verità. Quando ne parla al suo superiore, gli viene intimato di tacere: l’esercito non avrebbe mai potuto commettere un simile errore!...

Nel film c’è una discussione memorabile tra Picquart e il maggiore Henry, il suo principale antagonista. Il maggiore Henry dice: “Mi ordina di uccidere un uomo e io lo faccio. Mi dice che è stato un errore, mi dispiace ma non è colpa mia. L’esercito è così.” E Picquart risponde: “È forse il suo esercito, maggiore, no di certo il mio”...

Picquart decide di agire secondo coscienza ed è animato dal bisogno di conoscere la verità piuttosto che di ubbidire all’etica militare. Tutto inizia con un dubbio che sorge a proposito della somiglianza tra la calligrafia di Esterhazy e quella in cui è scritta una lettera recuperata all’Ambasciata tedesca, il famoso bordereau, poi il dubbio lo spinge progressivamente ad indagare. Picquart continua ad investigare sebbene gli sia stato detto di smettere e scopre nuove prove della colpevolezza di Esterhazy. E man mano che la verità affiora, è sempre più inorridito dalla gravità dell’errore...

Lavorare, fare film come questo mi aiuta molto. In questa storia, ritrovo momenti che io stesso ho sperimentato, posso osservare la stessa determinazione nel negare l’evidenza e nel condannarmi per cose che non ho commesso. La maggioranza delle persone che mi perseguitano, non mi conoscono e non sanno niente del caso».

 

 

La critica

 

 

«Apollo… è greca?» «No, è una copia romana, l’originale è perduto» «Ah, è un falso, allora» «No, è una copia dell’originale». Questo scambio, dalla conclusione ovvia per un archeologo, forse meno per chi non è uno specialista, avviene nello statuario del Louvre, tra il colonnello Picquart (Jean Dujardin) e l’investigatore della Sûreté, Desvernine (Damien Bonnard): originale, copia, verità e falsificazione, qui sta la chiave di volta, assolutamente polanskiana di questo teso, rigoroso adattamento cinematografico dell’Affaire Dreyfus. Affaire che è una vicenda sostanzialmente coetanea del cinema (i fatti che scatenano il caso risalgono al 1894-95), e che già nel 1899, quando il processo era ben lontano dalla sua effettiva conclusione, viene portato sugli schermi da Méliès in undici scene da un minuto l’una. Da allora questo caso emblematico e colossale di discriminazione antisemita (ma non solo) è stato riproposto al pubblico decine di volte, tra versioni per la sala e per la televisione, dossier documentari e docu-fiction. Polanski si appoggia all’omonimo romanzo di Robert Harris, autore (qui anche co-sceneggiatore) di cui aveva già trasposto L’uomo nell’ombra, e, sceneggiandolo con lui, ne adotta la prospettiva: benché il titolo francese del film sia quello della celeberrima lettera-pamphlet di Emile Zola al presidente della repubblica, il punto di vista qui privilegiato è quello del colonnello Picquart, promosso alla direzione dei servizi segreti proprio a seguito della condanna di Dreyfus. Pur non negando il pregiudizio personale, razziale, sull’ufficiale alsaziano, di cui era stato diretto superiore, Picquart si rende principale fautore di una sua riabilitazione, non appena si rende conto della conduzione fallosa e faziosa dell’inchiesta da parte dei suoi predecessori e, per far emergere la verità, la giustizia, è disposto a rischiare tutto sul fronte personale, affrontando i meccanismi di autodifesa delle gerarchie militari (e di un’opinione pubblica molto schierata). Le gerarchie, innanzitutto. È un film dove si respira odore di lame e polvere da sparo, di una società militarizzata che si professa democratica e repubblicana, L’ufficiale e la spia; un film dove Polanski, egregiamente servito dal suo fedelissimo direttore della fotografia, Pawel Edelman, gerarchizza il campo/controcampo, ma, soprattutto, piega il digitale a una ‘rilettura’, se non a una copia, degli ‘originali’; alla ricreazione di un’iconografia come dicevamo già ampiamente standardizzata. Dalla sequenza iniziale, la degradazione di Dreyfus, in un gelido, sorprendente, campo lungo, fedelmente ispirata all’illustrazione di Henri Meyer per Le petit journal, alle scene processuali, che contaminano altre immagini di copertina del medesimo giornale con le caricature di Daumier – già ‘vecchie’ all’epoca del processo, e in questo è impagabile Melvil Poupaud, nel ruolo dell’avvocato Labori, le viking, bloccato costantemente nel suo esagerato afflato retorico –, alle visioni virate in seppia di Dreyfus dall’Île du Diable, controcampo ideale di una celebre stereografia (immagine voyeuristica per eccellenza nell’immaginario fotografico pre-cinema) del 1898 che lo vede intento a leggere una lettera nella sua casetta sguarnita (è lui? è un figurante, una messinscena? Originale o copia?). Polanski e Edelman, raffreddando i toni, rileggono sotto una luce differente anche la “felicità dell’impressionismo”: da Manet a Caillebotte, a Pissarro, a Toulouse Lautrec, gli ‘originali’ sono sontuosamente rispettati nella messinscena, venendo però raffreddati nei toni cromatici, impossibilitati dal digitale ad adeguarsi, schiacciandosi, a un effetto-quadro puro e semplice, ma anzi, sono convertiti, proprio dal dispositivo, in immagini che si caricano di malinconica ambiguità, di presagi per quello che la società francese fin de siècle (e con essa la società europea in generale), tiene in serbo per il ‘secolo breve’. Così come è ovvio che, con non pochi riflessi della propria vicenda personale, Polanski vuole gettare una luce, fredda e malinconica, sul nostro presente di faziosità animose, di fake news, di cacce alle streghe e agli stregoni, nella speranza, flebile, che, in questo caso, la copia rimanga solo un fatto fotografico, cinematografico.

AAlessandro Uccelli, 19 novembre 2019, cineforum.it

 

 

 

 

 

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Il primo dei due film del coreano (del Sud) Bong Joon-ho. L’altro è Parasite.

Cosa succede se un serial killer, letterato e poeta, perde la memoria? Dopo aver ucciso decine di persone ha un incidente, subisce un’operazione al cervello e smette di uccidere per venticinque anni. Ucciderà ancora?

Complessità di riflessione e di messa in scena. Un nuovo grande regista.

Durata: 132 minuti.

 

 

Giovedì 3 febbraio, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

 

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