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The Father - Nulla è come sembra - Locandina del film
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Scheda del film 185 Kb)
The Father (Nulla è come sembra) - Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

 

 

Giovedì 20 gennaio 2022 – Scheda n. 11 (1094)

 

 

 

 

 

 

 

The Father

Nulla è come sembra

 

 

 

Titolo originale: The Father

 

Regia: Florian Zeller

 

Sceneggiatura: Christopher Hampton, Florian Zeller.

Fotografia: Ben Smithard. Musica: Ludovico Einaudi. 

 

Interpreti: Anthony Hopkins (Anthony), Olivia Colman (Anne),

Mark Gatiss (Bill), Imogen Poots (Laura), Olivia Williams (Catherine).

 

Produzione: F comme Film. Distribuzione: BiM Distribuzione.

Durata: 97’. Origine: Francia, GB, 2020.

 

 

Florian Zeller

 

 

Parigino, nato nel 1979, Florian Zeller ha scritto molti libri, molti testi per il teatro, poi ha deciso di mettere in film una delle sue pièces teatrali e ha diretto questo suo primo film, The Father, grazie al quale ha ottenuto lui l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale, l’attore Anthony Hopkins ha vinto l’Oscar per la migliore interpretazione maschile e l’attrice Olivia Colman è stata candidata per la migliore interpretazione femminile. Olivia Colman un Oscar come migliore attrice l’aveva già vinto nel 2019 per la sua interpretazione in La favorita.

Sentiamo Zeller. «Il padre era un mio testo per il teatro. L’avevo scritto più di otto anni fa. Volevo occuparmi di un problema in cui ero coinvolto. Mia nonna iniziò a soffrire di demenza quando avevo 15 anni e so cosa si prova. Ma quando l’opera è stata messa in scena per la prima volta, non ero certo che la gente avrebbe capito questo viaggio, e sono rimasto molto commosso nel vedere la risposta del pubblico. Ogni volta, gli spettatori venivano da noi dopo ogni recita per condividere la loro storia. I film sono fatti per condividere emozioni e far sentire le persone parte di qualcosa di più grande di loro, parte dell’umanità – anche quando tutto ciò può nascere dal dolore. È stato allora che ho deciso che volevo fare un film. Avrei potuto fare un film in francese – sono parigino –, ma l’ho fatto in inglese, grazie ad Anthony...

Quando ho iniziato a scrivere, il mio pensiero andava in maniera insistente a Anthony Hopkins che considero il più grande attore vivente. Lo conosciamo come un attore intelligente che ha tutto sotto controllo. Ho pensato che sarebbe stato stimolante, inquietante, doloroso ed emozionante vederlo perdere quel controllo e ritrovarlo in un mondo dove l’intelligenza non funziona più...

Il primo film che ho visto con Anthony Hopkins è Il silenzio degli innocenti, impossibile dimenticarlo. Il motivo per cui ho pensato che sarebbe stato protagonista di The Father era proprio per l’opportunità di giocare con l’ambiguità tra quello che pensi che sia e il personaggio che invece interpreta nel film. Anthony è un maestro dell’ansia, dell’incertezza e del sottinteso. Il pubblico è intelligente e mi interessava che non capisse subito la sua demenza. All’inizio, proviamo quello che prova lui: sentiamo l’ansia di uno sconosciuto in un appartamento, come se fosse un thriller. Tuttavia quando guardi un thriller sai che non tutto è vero quello che vedi. Qui invece stiamo affondando tutti. Ed è davvero molto doloroso...

Il set è stata un’opportunità per me di giocare con la sensazione del disorientamento. Non volevo che Il padre fosse solo una storia, volevo fosse un’esperienza. L’esperienza della frustrazione, della rabbia e dell’ansia per la perdita dell’orientamento viene dal teatro, ma volevo che fosse restituita nella forma la più cinematografica possibile. Così, ho provato a fare quello che solo il cinema può fare, l’utilizzo dello spazio in modo cinematografico. Quando ho scritto la sceneggiatura, ho anche disegnato il layout, come se fosse un altro personaggio della storia. All’inizio del film siamo nell’appartamento di Anthony. Riconosciamo il suo spazio, ma sullo sfondo, passo dopo passo, abbiamo alcuni piccoli cambiamenti nella sua configurazione: sembra di essere lì ma forse si è da un’altra parte. Manca la certezza, s’insinua il dubbio. Ho seminato il set di corridoi e porte. Ho scelto di girare il film in uno studio, per avere la libertà di giocare con questo labirinto...

Abbiamo tutti attraversato il lockdown, quando non potevamo visitare le persone che ci sono care, quando eravamo tutti collegati alla fragilità della vita. Il film parla di questa fragilità e del rapporto di due umani, e della tenerezza che ne deriva...

Questo è il mio primo lungometraggio. È stata un’esperienza intensa. Sono un drammaturgo ma dal palco non sempre ottieni quello che vuoi. Il cinema invece ti consente di fare tutto, se lavori con attori che ti permettono di farlo. Sono felice ma se non piacerà è tutta colpa mia; è stata una gioia, e spero che non sarà l’unica».

 

 

La critica

 

 

È nota la lezione di Godard sul prodotto film, che ha sempre un inizio, un centro e una fine, ma non necessariamente in quest’ordine. Da quando lo disse (e lo fece), però, la narrazione ha attraversato un nugolo di fasi differenti che hanno declinato l’assunto in mille possibilità. The Father - Nulla è come sembra, tratto da una pièce teatrale che Florian Zeller ha sceneggiato insieme a Christopher Hampton e diretto, ne è un perfetto esempio, pur esibendo una sua specificità concettuale condita da un apprezzabile equilibrio nel trattare un argomento così penoso senza risultare eccessivo oppure, di contro, formalmente freddo. Inizio, centro e fine in The Father sono soltanto successioni convenzionali che introducono svolte e nessi paradossali: nell’osservare il deterioramento cognitivo di un anziano genitore attraverso i suoi rapporti con la figlia, le consuete scansioni del racconto sono una sorta di blocco unico e indistinguibile che punta all’accumulo di eventi sgradevoli e imbarazzanti per illustrare una situazione diventata progressivamente sempre più ingestibile. Al contrario degli altri lavori dedicati allo stesso argomento, The Father rinuncia in partenza a ogni pretesa di riscontro obiettivo, per immergersi in una narrazione condotta in modo apparentemente sconnesso e disorganico per simulare e rendere tangibile una soggettività malata e totalmente inattendibile. Se i film sull’Alzheimer ci hanno abituati a un’oggettività esterna fatta di reazioni prima sorprese e poi scorate e a percorsi di crescente sfaldamento finalizzati a determinare una sorta di imbuto emotivo (Still Alice, Away from Here, le variazioni sul tema date dall’allegoria poetica di Poetry o dall’astuta rivelazione finale di Le pagine della nostra vita), The Father si tuffa letteralmente all’interno del dramma, rimanendo completamente invischiato nelle sue dinamiche per rispecchiarlo nella struttura. Nel suo sforzo tutt’altro che facile di mimesi, Zeller frantuma ogni parametro temporale e i riferimenti ambientali, proponendo una logica immaginaria fatta di salti, buchi logici, loop disorientanti e penosa ciclicità. The Father priva lo spettatore di ogni ancoraggio perché è narrato con il filtro di una prassi esistenziale deformata da false convinzioni, sedimentatesi in un cervello dalle sinapsi ormai logore a cui Anthony Hopkins offre una gamma ampia e spiazzante, fatta di toni antitetici in cui lo spazio intercorrente tra l’uno e l’altro appare davvero inquietante. E così l’architettura della casa diventa una planimetria escheriana nella quale il corridoio sfocia naturalmente nella stanza di una casa di cura; stanza della casa di cura che forse è lì da sempre, solo percepita con un differente arredamento. Allo stesso modo il quadro che testimonia l’esistenza di una (altra) figlia sparisce lasciando un alone sulla parete che allude ai lacerti della memoria che fu. E ancora, l’incontro con un’amabile badante è probabilmente avvenuto ma capirne l’esatta collocazione si trasforma in un ostacolo insormontabile. La realtà si materializza intorno a un immaginario smarrito che accumula osmoticamente giorni e luoghi differenti attraverso i poli opposti dell’attualizzazione del passato o della sua netta cassazione. Si gioca sulla percezione individualizzata del tempo, ribadita attraverso il refrain del continuo smarrimento dell’orologio del protagonista, probabilmente la scelta più banale dell’intero impianto ma motivo ricorrente di un tempo fuggito che permea ogni aspetto della soggettività del personaggio. Una soggettività, peraltro, inseguita ma tuttavia non esclusiva, poiché diverse sono le deroghe rispetto al concetto di focalizzazione, senza che la sommatoria delle prospettive possibili serva a determinare una verità assoluta e verificabile. Tutto nel film si traduce in potenzialità, in ipotesi, in supposizione, anche le brevi scene che illustrano le reazioni della figlia, mostrata in rapidi momenti di pausa, lontana dalla costante tensione di un padre che richiede un investimento materiale ed emotivo totale. Non importa sapere se Anne, la figlia, splendidamente incarnata dalle reazioni ora disorientate, ora addolorate, ora indecise di Olivia Colman, sia sposata o divorziata, se davvero ha conosciuto un uomo che la porterà con sé a Parigi, «dove non parlano neanche inglese», perché The Father lacera il concetto di verità e la possibilità stessa di una ricostruzione effettiva. A che pro servirebbe una sua verifica, laddove esiste solo la realtà inconfutabile della malattia? Sgretolando i parametri di orientamento all’interno della narrazione, The Father sposta l’asse con cui il cinema, andando oltre l’iniziale presupposto godardiano, ha rappresentato la dissoluzione del soggetto attraverso il cortocircuito dei punti vista possibili. Ma se a cavallo del nuovo millennio, quando la tendenza divenne particolarmente sfruttata, il soggetto entrava in crisi a causa di patologie dissociative che rispecchiavano l’assurdità schizofrenica del tempo vissuto (Strade perdute, Fight Club) o per colpa di un trauma patito che si trasformava in premessa drammatica (Se mi lasci ti cancello, Donnie Darko) oppure anche come conseguenza del coinvolgimento in universi distopici (Strange Days, Matrix), The Father riporta tutto a un’esperienza più umana e in qualche modo più angosciante, perché può riguardare ognuno di noi o dei nostri cari, senza che nessuno di noi o dei nostri cari abbia mai avuto l’ambizione di essere un eroe della fiction.

GGiampiero Frasca, 2 aprile 2021, cineforum.it

 

 

 

 

 

 

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E Polanski dissemina parecchi riflessi della sua vicenda personale e del nostro presente di fake news e cacce a streghe e stregoni. Film potente.

Durata: 132 minuti.

 

 

 

Giovedì 20 gennaio, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

 

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