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Scheda del film (185 Kb)
La casa dei libri - Scheda del film

 

 

 
 

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE

S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna


PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO

Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS
 

 

 

Giovedì 5 marzo 2020 – Scheda n. 19 (1075)

 

 

 

 

La casa dei libri

 

 

 

Titolo originale: The Bookshop

 

Regia e sceneggiatura: Isabel Coixet

 

Fotografia: Jean-Claude Larrieu. Musica: Alfonso Vilallonga.

 

Interpreti: Emily Mortimer (Florence Green), Bill Nighy (Edmund Brundish),

Patricia Clarkson (Violet Gamart), Honor Kneafsey (Christine bambina),

James Lance (Milo North), Harvey Bennett (Wally),

Michael Fitzgerald (sig. Raven), Jorge Suquet (sig. Thornton),

Hunter Tremayne (sig. Keble), James Murphy (Lionel Fitzhugh),

Frances Barber (Jessie), Gary Piquer (sig. Gill),

Lucy Tilett (sig.ra Gipping), Reg Wilson (generale Gamart),

Francesca McGill (Christine adulta).

 

Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films.

Distribuzione: BIM, Movies Inspired.

Durata: 112’. Origine: UK, 2017.

 

 

Isabel Coixet

 

 

Nata a Barcellona, nel 1960, Isabel Coixet (pronuncia in catalano: Isabel Cuscet) si è appassionata al cinema fin da piccola, si è laureata in storia, ha iniziato la carriera nella pubblicità, ha collaborato regolarmente con le riviste Sal común e Fotogramas, nel 1983 ha visto realizzata la sua prima sceneggiatura, per il film Morbus di Ignasi P. Ferré, e l’anno successivo ha scritto e diretto il suo primo cortometraggio, Mira y verás. Del 1989 è il primo lungometraggio, Troppo vecchio per morire giovane, candidato ai Premi Goya come miglior regista esordiente. Solo diversi anni dopo, nel 1996, realizza la sua opera seconda, Le cose che non ti ho mai detto, girato in inglese. Nel 1998 realizza A los que aman, ambientato nella Spagna del XVIII secolo. Nel 2000 fonda una propria compagnia di produzione, Miss Wasabi Films. Raggiunge poi il successo internazionale con La mia vita senza me (2003), una coproduzione ispano-canadese a cui partecipa anche la compagnia El Deseo di Pedro Almodóvar, film presentato in concorso al Festival di Berlino. Nel 2005 realizza La vita segreta delle parole, visto nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, che vince in Spagna quattro Premi Goya, fra cui quelli per miglior film e miglior regista. Nel 2008, su invito dell’attrice Penélope Cruz, dirige Lezioni d’amore, tratto dal romanzo L’animale morente di Philip Roth, interpretato da Ben Kingsley e dalla Cruz. Nel 2009 presenta in concorso al Festival di Cannes Map of the Sounds of Tokyo. Gira anche altri film fino a questo La casa dei libri.

Sentiamo Isabel Coixet: «Lessi il romanzo di Penelope Fitzgerald quasi dieci anni fa, in Inghilterra, durante un’estate particolarmente fredda. Quel libro fu per me un’autentica rivelazione: mi sentii trasportata di peso nel 1959 e credetti veramente di essere l’ingenua, dolce e idealista protagonista, Florence Green. In realtà, lo sono. Sento una connessione profonda con questo personaggio, non mi ero mai sentita altrettanto in sintonia con le protagoniste dei miei film precedenti. Tutti noi ci mettiamo in gioco, quotidianamente. Si colgono grandi opportunità o piccole opportunità, e si corrono dei rischi: e la maggior parte di ciò che facciamo passa inosservato. Ma cosa succede quando non passa inosservato?  E che impatto ha ciò che facciamo sul mondo in cui noi tutti viviamo? C’è qualcosa di eroico nel personaggio di Florence Green, qualcosa di essenziale e familiare. Si mette in gioco. Unico motivo: il desiderio di aprire una libreria. Non si cura del sostegno di chi le sta intorno, né lo cerca. Semplicemente, si rimbocca le maniche e punta dritta verso l’obiettivo. Di conseguenza, Florence Green non passa inosservata. È qui che le cose si fanno interessanti. Questa donna tranquilla, in un paese tranquillo, in una immota Inghilterra postbellica, è un invito a crescere, ad assumersi la responsabilità di rendere la vita migliore per noi tutti. È un’allegoria dell’oppresso, quando ancora non vi è nessuno che lo sostenga o faccia in modo che creda in se stesso. Florence non è una leader, altre persone ricoprono quel ruolo, che non vogliono vedersi usurpato. Le azioni di Florence, che evidenziano la sua passività come leader nell’ambito del gruppo sociale, innescano la loro collera. Ma Florence mostra la sua grinta: non molla, nonostante i numerosi moniti. La protagonista rappresenta molti dei mondi che ho interesse a esplorare drammaturgicamente: è una donna lungimirante al contrario della maggior parte degli abitanti del luogo. Sta facendo qualcosa di nuovo. Intravede un’opportunità per colmare un vuoto. Nella cittadina dove vive non c’è una libreria. Decide di rischiare e alcuni dei residenti saranno disposti a tutto pur di ridimensionarla. Senza nemmeno rendersene conto, Florence sfida una potente élite sociale. Ottiene il sostegno della Vecchia Guardia, ovvero della “vera” leadership della sua cittadina, ma sarà sufficiente?...

Il testo originale fa continuamente riferimento al potere del mare e a quanto la casa sia umida e malsana, nonché al fatto che, in genere, uno spazio interno, per essere desiderabile, dovrebbe avere la caratteristica di mantenersi asciutto. Il che corrisponde perfettamente alla rappresentazione dello stato d’animo dei nostri personaggi. Amo la sfida di rappresentare Florence come una raffica di aria fresca che mette in discussione le idee ammuffite della sua cittadina. La sua rivale in quella piccola società, la signora Gamart, è la regina delle muffe e usa l’ammuffita amministrazione pubblica, sommersa dalle scartoffie, per intralciare Florence...

L’equilibrio di questo film sta nella stratificazione delle varie scaramucce che Florence deve superare nella sua piccola società. Scaramucce che condurranno alle battaglie, le quali, a loro volta, condurranno alla guerra. Mentre assistiamo alla sua affermazione e alle decisioni che Florence assume per procedere lungo il suo cammino, siamo anche testimoni dell’effetto onda di quel sasso gettato nello stagno, del suo impatto sulle persone intorno a lei. E, anche se alla fine non vince la guerra, Florence lascia un segno in un piccolo gruppo di persone, che, forse, potrebbero a loro volta essere stimolate, nel loro futuro, a prendere iniziative di forte impatto...».

 

 

La critica

 

 

Florence è una giovane vedova che vive ad Harborough, una cittadina inglese affacciata sul Mare del Nord. Ha perso il marito in guerra, più di sedici anni prima, ma non ha mai dimenticato il loro primo incontro in una libreria di Londra. Lui le leggeva i classici ad alta voce. Proprio come la voce narrante del film, che parla in prima persona e sembra tenere il segno su una pagina stampata: «Una volta mi disse che, quando leggiamo una storia, la abitiamo. Le copertine dei libri sono come un tetto e quattro mura: una casa. Lei amava più di ogni altra cosa al mondo il momento in cui, finito il libro, la storia continua a vivere, come un sogno molto vivido, dentro la nostra testa». Ma forse l’effetto è voluto, dal momento che la sceneggiatura scritta da Isabel Coixet è basata proprio su un romanzo, La libreria di Penelope Fitzgerald, pubblicato nel 1978. Coixet adotta una regia pulita e ordinata che ben si sposa con il contegno così egregiamente british degli attori. La macchina da presa scivola languidamente sulle mensole degli scaffali, facendo scorrere un libro dopo l’altro, e riserva lo stesso trattamento ai personaggi. Ognuno di loro viene introdotto prima da lontano, dietro l’imperscrutabile cortina di sorrisi tirati e rigoroso understatement. Poi, a mano a mano che la storia si dipana, ecco che la silhouette di ciascuno prende forma e diventa “persona”, nel senso etimologico del termine, nel significato originario di “maschera”. Perché in effetti ognuno di loro rappresenta un attore, una pedina da spostare in questo dramma ricamato, a regola d’arte, di inganni e tradimenti. Questo film è, a ben vedere, interamente costruito sui libri, e non solo perché si basa su un testo che nasce originariamente come fiction novel, ma perché è letteralmente popolato di libri, visivamente e semanticamente. I libri diventano, come suggerisce la voice-over in incipit, i mattoni e il cemento, le fondamenta su cui edificare la propria esistenza. Ci sono i grandi classici scritti da Jane Austen, Oscar Wilde, Dickens, Keats e Thackeray. Ma ci sono anche le novità, che, come ogni novità, quando arrivano rompono la quotidianità, suscitando scalpore. Libri che, nel tempo della storia (siamo nel 1959) ebbero un impatto decisivo non solo sul panorama letterario dell’epoca e sull’arte dello scrivere, ma anche sull’opinione pubblica internazionale. Romanzi, soprattutto, come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Lolita di Vladimir Nabokov, assunti come padri nobili del potere della letteratura, intesa come capacità di creare mondi alternativi alla realtà sia su carta che su pellicola. La casa dei libri infatti porta avanti il significato più profondo di un testo che mette in guardia dal pericolo strisciante della censura, una caccia alle streghe che si alimenta nelle fiamme del rogo. Florence è la prima vittima di questa caccia alle streghe perché rappresenta la libertà di pensiero in carne ed ossa, lei che va avanti a testa alta nonostante tutto e tutti stiano cercando di ostacolare il suo sogno. Ed è esattamente la sua ostinazione ad innescare lo scandalo, come la vetrina tappezzata dalle copertine di Lolita. Un libro pubblicato più di sessant’anni fa e che tuttora non smette di far discutere. Un libro, soprattutto, che è riuscito ad aprire una breccia nella sonnolenza intellettuale e che di conseguenza è, ancor oggi, più che mai necessario. Non è forse questa, infatti, la missione ultima della letteratura?

LLinda Magnoni, cineforum.it, 26 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

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Moka noir:

 

 

a Omegna

 

 

non si beve  più caffé

 

 

 

 

 

 

Stavolta vi facciamo una sorpresa: il film sorpresa ve lo diciamo perché è una vera e propria sorpresa. È un film girato a Omegna, con protagoniste/i che abitano qui e alcune/i vengono al Cineforum! Nel film se la cavano benissimo, non recitano, sono loro, non hanno bisogno di sembrare qualcun altro.

Il film è Moka Noir: a Omegna non si beve più caffé, regia del locarnese Erik Bernasconi, sceneggiatura dell’omegnese Matteo Severgnini, socio del Cineforum. Gli/le interpreti nella parte di loro stessi non ve li diciamo, li/le riconoscerete vedendo il film.

Moka Noir parla dell’industria del casalingo e del suo declino, parla della Bialetti ma anche della Girmi, Alessi, Lagostina, Irmel.

Il film è stato presentato alla Festa di Roma, ne hanno scritto i quotidiani nazionali. È un gran bel film. Diventerà una testimonianza duratura di un pezzo di storia della nostra città.

Durata: 93 minuti.

 

 

 

 

 

 

Giovedì 12 marzo, ore 21

 

Cinema Sociale di Omegna

 

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