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In un mondo migliore - Scheda del film

 

 

 

 

in collaborazione con:

 

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PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 17 novembre 2011 – Scheda n. 6 (845)

 

In un mondo migliore

 

Titolo originale: Hævnen

 

Regia: Susanne Bier

 

Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen. Fotografia: Morten Søborg.

Montaggio: Pernille Bech Christensen. Musica: Johan Søderqvist.

 

Interpreti: Mikael Persbrandt (Anton), Trine Dyrholm (Marianne),

Markus Rygaard (Elias), William Jøhnk Nielsen (Christian),

Ulrich Thomsen (Claus), Bodil Jørgensen (il preside),

Elsebeth Steentoft (Signe), Martin Buch (Niels).

 

Produzione: Zentropa Productions. Distribuzione: Teodora.

Durata: 100’. Origine: Danimarca, 2010.

 

 

Susanne Bier

 

Nata a Copenaghen nel 1960, Susanne Bier ha studiato storia dell’arte alla Hebrew University di Gerusalemme, si è specializzata in architettura all’Architectural Association di Londra, si è diplomata alla Danisch School of Film di Copenhagen ed è diventata regista cominciando con dei videoclip per dei complessi rock, come i Songlines. I suoi primi lungometraggi sono poco conosciuti in Italia: la commedia Freud Living Home (1991), il documentario Brev til Jonas (1992), Affari di famiglia (1994), Pensione Oskar (1995), il thriller Credo (1997), poi la commedia romantica Den Eneste Ene (1999, grande successo in Danimarca), quindi Una volta nella vita (2000), Open Hearts (2002, girato secondo i dettami del Dogma di Lars Von Trier), Non desiderare la donna d’altri (2004, il suo primo film venduto in tutto il mondo), Dopo il matrimonio (2006, visto al Cineforum), Noi due sconosciuti (2008) e questo In un mondo migliore (2010) che vince l’Oscar 2011 come miglior film straniero.

Ecco qualche dichiarazione della Bier: «La Danimarca viene percepita come una società armoniosa e ideale, mentre nella realtà nulla è perfetto. Ho iniziato a pensare a una storia nella quale eventi imprevedibili avrebbero avuto effetti drammatici sulle persone e distrutto l’immagine di luogo incantato nel quale vivere. La storia di due ragazzi che diventano amici, ma uno di loro comincia a diventare violento, ha iniziato a svilupparsi. Di solito si crede — o si vuole credere — che i ragazzini siano buoni, creature dell’amore, ma in questo caso un 12enne diventa cattivo, addirittura malvagio, perché arrabbiato... Il film è incentrato sul personaggio di Mikael Persbrandt, che interpreta un medico idealista che lavora per una missione umanitaria in un campo di rifugiati in Africa. Vuole fare la cosa giusta, ma gli eventi lo mettono alla prova e vediamo fino a che punto. La sua storia è intrecciata con quella dei ragazzi. Il medico è un personaggio interessante e intrigante che affronta le proprie ferite ma sogna un mondo migliore. È romantico, idealista, ma non certo perfetto. È un vero essere umano con le sue fragilità, i suoi dubbi e le sue incertezze... Il cinema per me non è fare piccoli film d’avanguardia che non vedrà mai nessuno. Mi piace essere connessa al pubblico, perché penso al pubblico quando faccio un film».

 

La critica

 

Hævnen – In a Better World. Partiamo dal titolo, cercando di fare di un pretesto uno spunto di riflessione. Già da qui, infatti, emerge una curiosa ambiguità, che d’altra parte si rivela del tutto coerente con i contenuti del nuovo lavoro di Susanne Bier. Il titolo inglese del film, In a Better World, utilizzato ovviamente per la distribuzione internazionale della pellicola, e così quello italiano, che ne è la fedele traduzione, non scontano infatti solo una consueta perdita di letteralità rispetto alla versione originale, ma acuiscono la sensazione di uno “scollamento” linguistico mettendo a confronto due concetti distinti e distanti, in un certo senso inconciliabili. Se Hævnen, infatti, è una parola danese che intrattiene una certa similarità con l’inglese “heaven” (che a sua volta indica il Paradiso, o come è solito declinarlo il senso comune, una sorta di ideale altrove che si presuppone essere migliore dell’esistente), la sua traduzione corretta è invece quella di “vendetta”. Un termine che, seppur appartenente a un registro semantico evidentemente altro, finisce per inscrivere in un orizzonte quasi ossimorico il senso del rapporto che lega titolo e opera. Sarà una coincidenza cui non dare troppo peso. Ma è a suo modo curiosa, e può tornare utile, certo in un modo un po’ strumentale, per leggere controluce il film. Se si dà per buona la titolazione internazionale, il film può essere associato a una formula che suona infatti come una sorta di accorata invocazione: saturi di un mondo vissuto come una condanna, in cui imperano violenza, prevaricazione e ingiustizia, dobbiamo costruire la speranza di un’alternativa possibile, un “paradiso in terra”, paradiso in minuscolo poiché spogliato di ogni credenza irrazionale, in grado di coincidere appunto con l’idea laica di un mondo migliore. Tesi non proprio mai sentita e un po’ prudente, ma che in sé non fa problema. Se a tener banco è invece il titolo originale, l’intero film può essere soppesato davvero come un’opera sul tema della vendetta, che concepisce il paradiso al massimo come un retaggio perduto, o, meglio, il risultato di un fraintendimento (Hævnen/Heaven, appunto). Un tema, la vendetta, che la Bier affronta come qualcosa che si può solo contenere ma che non è possibile rimuovere, qualcosa che ci inchioda alla nostra natura (più che al nostro contesto), qualcosa di cui, dalla quotidianità borghese di Copenhagen alle brutalità primitiva dell’Africa sub-sahariana, l’uomo non può disfarsi, poiché radicato a un tale livello di profondità da essere annoverato tra i caratteri distintivi della specie. Questa seconda prospettiva con cui avvicinarsi al film sembra a tutti gli effetti quella più appetibile per inquadrarlo quanto meno riducendone gli equivoci. Nella struttura narrativa, il filo conduttore della vendetta è teso infatti almeno tra due poli persistenti: da una parte, l’indole irrequieta del giovane Christian, incapace di incanalare la rabbia covata per la scomparsa della madre in altre direzioni se non in quella, tanto violenta quanto precocemente lucida, della vendetta come proprio imperativo caratteriale (il pestaggio del bulletto a scuola, l’ossessione per la rivalsa contro il buzzurro meccanico Lars); dall’altra, l’abitudine alla disperazione degli abitanti del villaggio africano in cui lavora il padre dell’altro bambino, Elias, che da vittime di atroci sciagure belliche si trasformano in spietati esecutori durante il linciaggio di un tirannico lord of war, signore della guerra, del luogo. La continuità tra i due binari narrativi del film è d’altra parte assicurata dalla figura dello stesso Anton, poiché la sua professione giustifica la spartizione del film su due fronti alternati in continuo ripiego uno sull’altro, e il suo carattere, misurato e pacifista, permette di problematizzare il contatto con le due diverse realtà con un’ottica di sovrapposizione contrastiva (al manesco Lars che lo prende a schiaffi in faccia davanti ai ragazzini, Anton regisce porgendo l’altra guancia, mentre poi lascia morire un uomo ferito perché schifato dai suoi crimini). In questo modo prende forma il circuito di reciproca implicazione tra contesti differenti, la cui lontananza culturale è dichiarata in modo plateale, che abbiamo già incontrato in film precedenti della Bier, come Non desiderare la donna d’altri (2004, in Afghanistan precipita l’elicottero di un militare danese e l’uomo viene creduto morto dalla famiglia) o il successivo Dopo il matrimonio (2006, in cui protagonista è l’India, dove lavora un volontario fuggito da un grande amore che incontrerà di nuovo al suo ritorno in Patria). Aperture a orizzonti lontani quando non apertamente ostili, che alla luce della conferma raccolta in In un mondo migliore, come già suggerito, sembrano mantenere un atteggiamento orientato più alla ricerca di una matrice antropologica condivisa che a ricognizioni etnografiche o esercizi di parallelismo. Vale a dire: più che impegnato in un confronto tra due mondi lontanissimi, mosso dalla volontà di estendere oltre i confini della geopolitica il personale ragionamento sull’umano. (...) Il montaggio alternato che orchestra il susseguirsi dei due piani non si limita infatti, così come già nei film precedenti, a scandire l’ordine degli accadimenti, assicurando la continuità del prosieguo narrativo, ma pare intervallare le cornici della capitale europea e del villaggio africano cercandovi consonanza non solo nell’azione ma anche nella grammatica del linguaggio cinematografico. I raccordi di sguardo dei protagonisti, che sfidano distanze continentali cercandosi nell’oltre del fuori campo (come succedeva, insistentemente, in Non desiderare la donna d’altri), o il puntuale utilizzo del leitmotiv musicale, che funge da elemento di raccordo, sembrano voler gettare una naturale prosecuzione tra le due dimensioni della messa in scena, facendo dell’una la cassa di risonanza dell’altra. (...) A testimonianza della recisione di questo cordone ombelicale [rispetto al manifesto del Dogma, ndr], In un mondo migliore adduce ulteriori prove, poiché conserva, del Dogma “versione manifesto”, una certa schiettezza registica, che non disdegna l’impiego di secchi jump-cut, tagli di montaggio, o zoom improvvisi sui volti dei protagonisti. Espedienti che tuttavia non traducono più un’originaria militanza espressiva, ma che convivono, del tutto armonizzati, in una prassi registica decisamente ripulita, che non rifiuta financo una smaltatura estetizzante, rintracciabile tanto nei toni garbati della fotografia quanto nel florilegio di dettagli su cui piace indugiare alla regista, a volte senz’altro con indubbia efficacia, sospendendo la storia e parcellizzando il profilmico, traducendo quasi la premura dello sguardo rapito di un osservatore ravvicinato.

LLorenzo Donghi, Cineforum, n. 500, dicembre 2010

 

 

 

 

 

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