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Locandina del film
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La classe - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE – S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS



Giovedì 5 novembre 2009 – Scheda n. 4 (789)

 

 

La classe

 

Titolo originale: Entre les murs.

 

Regia: Laurent Cantet.

 

 Sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau, Robin Campillo,

dal romanzo di François Bégaudeau.

Fotografia: Pierre Milon, Catherine Pujol, Georgi Lazarevski.

Montaggio: Robin Campillo, Stéphanie Léger. Suono: Olivier Mouvezin.

Interpreti: François Bégaudeau (François), Nassim Amrabt (Nassim),

Laura Baquela (Laura), Cherif Bounaïdja Rachedi (Cherif),

Juliette Demaille (Juliette), Dalla Doucoure (Dalla),

 Arthur Fogel (Arthur), Damien Gomes (Damien),

Qifei Huang (Qifei), Chienwei Huang (Wei),

Franck Keïta (Souleymane), Henriette Kasaruhanda (Henriette).

Produzione: Haut et Court. Distribuzione: Mikado.

Durata: 128’. Origine: Francia, 2008.

 

 

Laurent Cantet

 

Nato a Melle, nel 1961, regione francese del Poitou-Charentes, Cantet è regista lontano dal baccano dello show business. Studi alla prestigiosa scuola di cinema IDHEC, primo cortometraggio Tous à la Manif (1994), con il quale vince il Premio Jean Vigo. Un altro corto, Jeux de Plage (1995), poi un mediometraggio, Les Sanguinaires (1997), quindi Risorse umane (1999, visto al Cineforum), premio César per la migliore opera prima, intelligente rappresentazione delle varianti della lotta di classe in tempi moderni e del legame padre-figlio. A tempo pieno (2001, visto al Cineforum) prende in esame il dramma di un uomo che ha perso il lavoro ma non ha il coraggio di dirlo alla famiglia. Del 2005 è Verso il Sud, con Charlotte Rampling in gita nell'universo del turismo sessuale al femminile. Nel 2008, dirige La classe, dal diario del professor François Bégaudeau (co-sceneggiatore e interprete), insegnante di francese in una scuola della periferia parigina. E vince la Palma d'oro a Cannes.

 

La critica

 

Lotta di classe. Classe come aula e come classe sociale. Lotte tra i muri di un'aula scolastica tra un professore che si batte per tirar fuori i suoi ragazzi e ragazze dall'emarginazione, dal mutismo, da una sorda o assordante rivolta. Parigi. Ventesimo arrondissement. Una scuola media. Ambiente difficile. Il nome e cognome dell'insegnante è François Bégaudeau, che è un vero insegnante di francese, 37 anni, fa il giornalista, anche sportivo, ha scritto 4 romanzi, uno dei quali si chiama «Entre les murs». Da lì parte il film. Bégaudeau ha lavorato alla sceneggiatura insieme con Laurent Cantet, il regista di Risorse umane (1999), A tempo pieno (2001) e, uno scalino sotto, Verso il Sud (2005). In classe, 24 allievi e allieve. Gialle, bianchi, nere, bianche, neri, gialli. Classe interetnica. Nomi e cognomi, veri, di tutte le provenienze. Bello metterli qui e leggerli in fila alfabetica per dire e capire in che mondo siamo: Nassim Amrabat, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja, Juliette Demaille, Dalla Doucoure, Arthur Fogel, Damien Gomes, Louise Grinberg, Qifei Huang, Wei Huang, Henriette Kasaruhanda, Franck Keïta, Lucie Landrevie, Agame Malembo-Emene, Rabah Naït Oufella, Carl Nanor, Esméralda Ouertani, Burak Özyilmaz, Eva Paradiso, Rachel Régulier, Angélica Sancio, Samantha Soupirot, Boubacar Touré, Justine Wu. Solo due dei ragazzi non conservano nel film il proprio nome: Franck è diventato Souleymane e Rachel è diventata Khoumba. A occhio e a orecchio, sui 24 cognomi solo 6 suonano come francesi, 7 magrebini, 3 cinesi, 2 africani, 2 sudamericani, 1 turco, 1 portoghese, 2 non saprei. Come a dire, il mondo e tutti i casini di questo mondo tra quattro pareti. Quel che è in gioco tra i muri dell'aula è il linguaggio e, dentro il linguaggio, qualcos'altro che ha a che fare con l'apprendimento delle regole di quel gioco che si chiama democrazia, appartenenza, responsabilità, uguaglianza, identità e tante altre cose. Entre les murs non esce dai muri dell'aula e dalle aule della scuola. Sta chiuso dentro. Perché si combatte lì la lotta decisiva: quella dell'esclusione e dell'apertura, dell'uguaglianza delle possibilità, del sentirsi parte di un 'noi' o del sentirsene fuori. Al chiuso, giorno dopo giorno, si può provare ad abbattere i confini. La vicinanza costringe a misurarsi e a scontrarsi. Costringe, se non ad abbattere, almeno a vedere i muri che esistono in una classe. Perché, oltre alle quattro pareti, in una classe ci sono tanti altri muri. Il professor Bégaudeau non sta a guardare se i suoi allievi/e sono selvaggi, ignoranti, ribelli. Si mette di fronte a loro e comincia a parlare, a costruire discorsi, a lavorare con la lingua. È da dentro la lingua, da dentro le parole, le idee e i discorsi, che il professore lancia la sfida, è quella la sua esca, bastone e carota, l'arnese con cui scardinare resistenze, superare diffidenze. Entre les murs è parlato dall'inizio alla fine, in ogni istante, in ogni angolo. Tra quei muri ci sono un professore, 24 ragazzi e ragazze e le parole. In principio, la parola. In mezzo, la parola. Alla fine, sempre la parola. Il professore sa parlare, argomentare, fare discorsi, dare risposte. I ragazzi e le ragazze (quasi tutti) usano invece la parola come arma, di difesa e di attacco. Sono grezzi, violenti, sbruffoni, resistono resistono resistono, fanno muro, non vogliono entrare in contatto con il prof, diffidano di lui. Lui lo sa che lo scontro sarà duro e non cede di un millimetro. Rischia anche. Per gran parte del film non c'è un filo narrativo che tenga insieme le scene. C'è solo questa lunga e risoluta battaglia. Il prof con i suoi discorsi che funzionano come apriscatole, i ragazzi e le ragazze che puntano i piedi. Poi un filo narrativo viene fuori, ma non è neppure così importante. Il bello del film, quello che lo rende così vivo e pieno è la mischia continua sul filo delle parole e dei discorsi, usati per far passare idee, per aprire varchi, per stabilire qualche contatto, o invece adoperati per lanciare sassi, provocare, negarsi a ogni rapporto. 25 persone costrette per un anno a incrociarsi in uno spazio ristretto e a darsi addosso con parole, discussioni, accuse e controaccuse. Cantet ha lavorato per un anno in una scuola. Ogni mercoledì pomeriggio è andato a girare. Potevano partecipare al film tutti gli allievi che lo volessero, di terza e di quarta. In tutto si sono presentati in una cinquantina. Nel film ce ne sono 24. La metà: quindi, in una percentuale altissima, allieve e allievi sono diventati attrici e attori fenomenali. Il che vuol dire che girare il film è stata un'ottima scuola. I ragazzi fanno di se stessi degli attori attraenti, precisi, gustosi, annoiati, focosi, arrabbiati (certi registi dicono che per trovare il ragazzino o la ragazzina hanno dovuto fare migliaia di provini: ma dove li vanno a cercare?). Partono da se stessi, si portano dietro quello che sono e innestano su di sé le figure dei ragazzi e delle ragazze che stanno nella sceneggiatura. Ognuno diventa altro pur restando se stesso. È in questo lavoro che Cantet è riuscito in un'impresa. Il film è, a un tempo, fluido e solido, rigoroso e libero, pensato e sorgivo, violento e controllato. E i “personaggi” sono perfettamente costruiti, tanto che si dirà che i ragazzi sono così naturali, che sono loro (che è vero e non è vero)... In più: nel film c'è tutto quel che succede in una scuola meno la cosa che a scuola succede di più (la noia). Tra la lingua del professore, che è quella di Balzac e Stendhal, e le tante lingue delle ragazze e dei ragazzi, i loro dialetti, gerghi e idioletti che sono quelli delle strade, delle case, dei paesi da dove vengono i loro genitori, tra questi diversi modi di stare in una lingua, lo scontro arriva al calor bianco e, lungo la trincea che passa per la classe, si producono vibrazioni, sobbalzi, scintille, esplosioni. A combattere ci sono la brava allieva, il ragazzo impenetrabile, la rompiballe imperterrita, quello-che-potrebbe-fare-di-più, il cinesino saggio, il tipo gotico e dark, la monolitica... C'è uno scacco alla fine. Ma prima ci sono stati tanti bei momenti di battagliera e vitale utopia scolastica. Pialat diceva che ci si dimentica troppo spesso che le persone sono delle bêtes à jouer, delle bestie da recitazione. Entre les murs ne è la piena conferma. (Ah: nel film entrano anche, pensa un po', Socrate e «La Repubblica» di Platone...)

BBruno Fornara, Cineforum, n. 476, luglio 2008

 

Nel film La classe di Laurent Cantet non è facile decidere se schierarci con gli scolari o con un prof che pecca di presunzione, ma che rispettiamo per il suo difficile mestiere. Da che parte stiamo, mentre passano le immagini di La classe? Questo ci chiede il film che Laurent Cantet ha tratto da un libro di François Bégaudeau: di prender partito tra il prof François (Bégaudeau, nel ruolo di se stesso) e i ragazzi di una terza media, nella gran maggioranza figli di immigrati. In una scuola della periferia parigina comincia un nuovo anno: così inizia questa storia che resta poi quasi tutta 'dentro le mura' dell'aula in cui François insegna francese. Ma quest'espressione è inadeguata. Quello che il professore tenta di insegnare ai suoi allievi è la capacità di tradurre in parole e pensiero la loro voglia d'esser padroni di sé. Non c'è pregiudizio nello sguardo di François. Neri o magrebini, cinesi o autoctoni, quelli che ha di fronte sono singoli individui in formazione. E anche lo sguardo del cinema di Cantet non ha pregiudizi. La macchina da presa gira per l'aula senza privilegiare né il punto di vista dell'insegnante né quello (o quelli) degli adolescenti. Anche i dialoghi nascono in questo spazio comune, in questa relazione orizzontale fra chi insegna e dà, o dovrebbe dare, e chi impara e riceve, o dovrebbe ricevere. Attorno a François si muove un microcosmo complesso. Come lui, ognuno con un suo stile umano e didattico, un piccolo gruppo di colleghi affronta una guerra quotidiana. Non è semplice tentare di cancellare le cicatrici che, al di là di quelle mura, l'attrito della vita lascia su quei giovani francesi e 'nuovi francesi'. Non è semplice neppure vincere le proprie, di cicatrici. (...)

RRoberto Escobar, Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2008

 

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