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La felicità porta fortuna - Scheda del film

 

in collaborazione con:

 

CINEMA SOCIALE – S.O.M.S. Società Operaia di Mutuo Soccorso Omegna

PIEMONTE AL CINEMA – IL CINEMA DIFFUSO
Promosso da Regione Piemonte, AIACE, AGIS

 

Giovedì 15 ottobre 2009 – Scheda n. 1 (786)

 

 

La felicità porta fortuna

 

 

Titolo originale: Happy-Go-Lucky.

 

Regia e sceneggiatura: Mike Leigh.

 

Fotografia: Dick Pope. Montaggio: Jim Clark.

Scenografia: Patrick Rolfe. Musica: Gary Yershon.

Interpreti: Sally Hawkins (Poppy), Alexis Zegerman (Zoe), Andrea Riseborough (Dawn),

Sinéad Matthews (Alice), Kate O'Flynn (Suzy), Sarah Niles (Tash),

Eddie Marsan (Scott), Sylvestra Le Touzel (Heather).

Produzione: Thin Man Films. Distribuzione: Mikado.

Durata: 118’. Origine: Gran Bretagna, 2008.

 

Mike Leigh

 

Il britannico Leigh si è dedicato in tutta la sua ormai lunga carriera (che il Cineforum ha seguito con attenzione) alle persone invisibili, alla gente che non ha peso nella società. Nato nel 1943 a Manchester, ha studiato a Londra alla Royal Academy of Dramatic Arts e alla London Film School. Dopo aver fatto l'attore teatrale, esordisce al cinema con Bleak Moments (1971): sofferenze e difficoltà di un gruppo di persone che vivono in un sobborgo londinese (premio della critica a Venezia). Poi vengono gli anni della televisione, fino al 1988. Finalmente torna al cinema e comincia una serie di grandi film: Belle speranze (1988), ritratto di coppie borghesi nell'Inghilterra tatcheriana, Dolce è la vita (1991), Naked (1993), una delle punte più alte toccate da Leigh, premiato a Cannes per la miglior regia e il miglior attore (David Thewlis), fino a Segreti e bugie (1996), Palma d'Oro a Cannes. Vengono poi Ragazze (1997), il film di ambiente teatrale Topsy-Turvy (1999) e ancora Tutto o niente (2002), Il segreto di Vera Drake (2004), Leone d'Oro a Venezia, e infine questo davvero felice La felicità porta fortuna, Happy Go Lucky (2008), il film più colorato e gioioso di Leigh.

 

La critica

 

Una giovane donna londinese vitale, aperta, sempre ridente o sorridente, espansiva, curiosa e innamorata della sua vita che le piace, maestra elementare tra bambini che le piacciono, luminosa, allegra, è la protagonista di La felicità porta fortuna di Mike Leigh, il regista inglese di Segreti e bugie. Non è una stupida, al contrario, né un'illusa. Càpita che si scontri con il lato oscuro dell'esistenza: un istruttore di guida divorato dalla nevrosi, un vagabondo smarrito, una sorella vicina al parto che vuole appiattirla, irreggimentarla e responsabilizzarla, una bicicletta rubata in un baleno. Ma non permette (non lo fa apposta, le viene naturale) che gli elementi negativi la schiaccino o la rendano triste, tetra. Ha un gruppo di amiche e colleghe con le quali si trova bene, affettuosamente, scherzosamente, con ironia e autoironia. Può portare al collo un piccolo arcobaleno. Le piace scoprirsi sempre nuove capacità: con energia e piacere prende lezioni di pedana elastica, di guida, di flamenco. Se porge la mano e non gliela stringono protesta: 'Non sono infetta'. Se si affacciano dubbi prevede: 'Vedrai che ce la facciamo'. Se la criticano 'Sei l'apologia del caos'. Lei non si turba, tratta tutti senza paura, disponibile e amabile. A volte s'interroga: 'Dove sono gli uomini decenti?', e a volte li incontra. Se si innamora di un assistente sociale conosciuto a scuola, è perché prende lei l'iniziativa di chiedergli il numero di telefono e poi di telefonargli: nell'amore è amorosa, discreta, e non rinuncia all'allegria della sua natura. Questo perfetto ritratto femminile, interpretato molto bene da Sally Hawkins, premiata all'ultimo FilmFest di Berlino come migliore attrice, non ha nulla di sciocco, nessuna petulanza da Vispa Teresa: può essere invece in polemica contro il clima luttuoso che pervade le nostre società occidentali e che impedisce una buona disposizione, un sincero apprezzamento della vita; può essere un modello che non sarebbe male imitare. Il bel film segue la sua protagonista, senza una autentica trama: e termina con lei e un'amica che remano con calma sul laghetto d'un parco, come a simboleggiare la persistenza delle donne, la loro capacità di resistenza, il loro coraggio della solitudine.

 

Lietta Tornabuoni, La Stampa, 5 dicembre 2008

 

 

A Berlino fu un colpo di fulmine. Da anni non si vedeva un'ondata di buonumore così contagiosa in un festival. Merito di Mike Leigh e dell'impagabile Sally Hawkins (Orso d'argento), una maestra d'asilo così survoltata da diventare una cartina di tornasole della crisi attraversata dal malconcio Occidente. Specie sul fronte maschile. Sorriso a prova di bomba, abiti assurdi, graziosa ma soprattutto buffa, come una Geraldine Chaplin giovane, Pauline detta Poppy vive con un'amica, gira in bici (e se gliela rubano si fa una risata), è sempre single ma senza drammi, appena può zompa sul tappeto elastico per pura gioia di vivere oppure prende lezioni di flamenco (scena esilarante: il regista di Segreti e bugie è un direttore d'attori meraviglioso). E ha sempre una battuta, un gesto, uno sberleffo con cui smonta i musoni, i nevrotici, gli infelici  che incrocia. Nessuna fuga però: non siamo in Mamma mia!. Al momento giusto Poppy saprà capire e curare un allievo violento. Ma non verrà a capo dell'ometto paranoico che le dà lezioni di guida e che pian piano si rivelerà un autentico pazzo. In mezzo, tipi strambi, incontri fugaci, momenti preziosi, come in un rovescio svitato di Naked, il capolavoro di Leigh. Un gran film, che per giunta mette allegria. Quanti altri ce ne sono?

 

Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 5 dicembre 2008

 

 

Già il nome della protagonista è esplosivo: Poppy. Poi rievoca il pop e in qualche modo la gioia di vivere. Infatti è così che Poppy affronta la vita, con un sorriso a tutto tondo che non intende modificare, a nessun costo. La incrociamo quando le capita subito un disguido, le rubano la bici. Pazienza, vorrà dire che prenderà finalmente la patente, facendo impazzire l'istruttore che sembra la personificazione della rigidità applicata alla vita e che neppure arriva a concepire lo spirito di Poppy. Poi c'è il lavoro, insegna ai bimbi, affrontato con grande entusiasmo, non senza però rendersi conto dei problemi che qualche piccolo può avere. Che dire poi delle amiche con cui si diverte a chiacchierare, bere, ballare. Le visite mediche non sono un tormento se affrontate cercando di cogliere il lato buffo, e le lezioni di flamenco possono essere rivelatrici di quanto si celi dietro l'apparente scorza dell'insegnante. Ogni occasione è pretesto per smitizzare e non prendere, apparentemente, nulla sul serio, uomini compresi. Per interpretare un personaggio del genere era indispensabile trovare un talento naturale anzi, una forza della natura e Mike Leigh ha vinto la scommessa innalzando al ruolo di protagonista Sally Hawkins (premiata a Berlino per la sua interpretazione). Mike Leigh è uno tra i migliori narratori per immagini del suo paese, sia quando si è trattato di scavare nelle zone buie come nella vicenda di Vera Drake, che quando ha affrontato i drammi contemporanei come in Segreti e bugie o in Tutto o niente. Qui deve avere fiutato l'aria grama dei tempi che attraversiamo, insicuri prima di tutto di noi stessi, e allora sembra avere deciso per una terapia d'urto a base di commedia scintillante e scoppiettante capace di farsi beffe di qualsiasi atteggiamento cupo. Si dice che la risata sia terapeutica, che un sorriso implichi un lavoro muscolare inferiore a quello necessario per piangere e allora tanto vale attraversare il mondo con la capacità di essere ironici, di apprezzare le piccole gioie e non farsi travolgere dai guai che possono sempre essere in agguato. Alla fine è molto più destabilizzante la vitale anarchia esistenziale di Poppy di quanti vorrebbero cambiare il mondo e si limitano a un'infinità di chiacchiere. Forse è questo l'aspetto che più colpisce di Poppy: la capacità di saper ridere di se stessi, una chiave magnifica per affrontare le miserie della realtà.

 

 

Antonello Catacchio, Il manifesto, 5 dicembre 2008

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